Più di 50 mila casi di Covid e il doppio dei decessi giornalieri del Fvg: Veneto in bilico tra zona gialla e arancione

Attesa per l'analisi dei dati sulla suddivisione del Paese in aree di rischio, Zaia chiede al ministero il via libera per coinvolgere subito i veterinari nella profilassi dei tamponi rapidi. Altri 15 decessi

VENEZIA. Per il Veneto oggi lunedì 9 novembre sarà il giorno della verità. Quello in cui sarà comunicato se potrà conservare il “privilegio” della zona gialla o se diventerà zona arancione come la Puglia e la Sicilia, dove le restrizioni sono nettamente superiori.

Una decisione che potrebbe essere già stata presa ieri, con la riunione della cabina di regia sul Covid e del Comitato tecnico scientifico convocata dal ministro Speranza. Il braccio di ferro sul piano tecnico e anche politico non si placa, perché le regioni rivendicano il diritto alla consultazione con poteri reali.

Nei giorni scorsi Zaia ha chiesto al ministro Speranza di dare il via libera all’utilizzo dei veterinari per la profilassi dei tamponi e la decisione avrà effetto non solo in Veneto: sì o no su scala nazionale. Mentre in materia di autonomia, le regioni scaricano sul governo la responsabilità dei provvedimenti più restrittivi, salvo poi rivendicare il diritto al dissenso.

Cosa cambierebbe, dunque, in caso di zona arancione? Stop agli spostamenti in altre regioni e in altri Comuni, se non per motivi di lavoro, salute ed emergenze, con il ritorno alla cara, vecchia autocertificazione. Saracinesche sempre abbassate per bar, ristoranti, gelaterie e pasticcerie. Consentiti solo cibo a domicilio, catering e mense.

Intanto continuano a risuonare le parole di Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza, pare dedicate anche al Veneto: «Il nuovo sistema, che permette misure anti-Covid mirate, necessita di un elemento chiave, e cioè dati di qualità forniti dalle regioni, che hanno il dovere di inviare informazioni accurate. Ecco, quello che si verifica è che alcune regioni sono più accusate e rapide, altre forniscono i dati tardi e male».

Ma a temere un declassamento non è solo il Veneto. Anche Campania e Liguria, che potrebbero passare dalla zona gialla direttamente alla rossa, Toscana e Lazio. A tremare, in Veneto, è la provincia di Treviso che, limitandosi a considerare l’algoritmo del Ministero, potrebbe rischiare da sola la zona rossa. Non si tratta di un mero giudizio sul comportamento delle persone, ma di decisioni prese sulla base di un complesso sistema di dati. Prima di tutto, l’Rt, vale a dire l’indice di contagiosità.Un numero, ancora troppo alto, che risponde alla domanda: «Rispettate le misure messe in campo, quante persone contagia, in media, un positivo?».

E un’altra variabile consiste nella tenuta della rete ospedaliera. Per questo la Calabria, nonostante i contagi contenuti, è stata inserita nella zona rossa. E anche per questo il Veneto per ora è zona gialla, grazie alla sua rete ospedaliera e al basso numero di persone in terapia intensiva: 202 su 1016 posti disponibili nei 66 ospedali, 11 dei quali i Covid. Conta poi la velocità nelle cure.

Gli ospedali tengono, sì. Ma socchiudono le porte. Da domani, stop alle operazioni programmate e alle visite specialistiche, per garantire il massimo servizio ai pazienti Covid, in termini di spazi e personale. Un “déjà vu” della primavera, con il blocco di 20 milioni di prestazioni. Questa volta la sospensione dovrebbe durare 2-3 settimane, ma tutto è subordinato all’andamento del contagio.

Trend che continua a preoccupare, come dimostra il superamento di quota 50 mila persone positive, 80 mila da inizio pandemia. Precisamente, sono 51.924 i veneti contagiati, con un incremento di 3.258 casi in 24 ore. Ed è un aumento a tripla cifra quello dei ricoveri ospedalieri: 105, di cui 9 in terapia intensiva. Il totale è dunque di 1.536 posti letto in area non critica e 202 in rianimazione. Infine, il dato dei decessi: sono 2.586 i veneti che hanno perso la vita per il Covid.

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