Per rintracciare i nuovi contagi scendono in campo i medici di famiglia: il nodo sul luogo e sul costo dei tamponi

In arrivo l’accordo dopo un lungo confronto fra le parti. Prevale il “modello San Giorgio”: test rapidi in spazi pubblici

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UDINE. Ci sono nuovi protagonisti che stanno per scendere in campo in Friuli Venezia Giulia nella lotta alla pandemia e in particolare nell’esecuzione dei tamponi: sono i medici di medicina generale.

Dopo alcune settimane di tensione e di trattative sta per essere raggiunto un accordo anche nella nostra regione. Un accordo che però, come vedremo, non sarà condiviso da tutte le sigle sindacali dei medici di famiglia. È possibile che già la prossima settimana si arrivi a una firma in sede locale dopo l’intesa già raggiunta a livello nazionale, dove pure si è verificata una spaccatura tra il sindacato numericamente più rappresentativo la Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) e altre sigle, tra le quali lo Snami (Sindacato nazionale autonomo medici italiani), che invece non hanno sottoscritto l’intesa. In ogni caso, dopo la firma, tutti i medici di medicina generale – e in regione sono 790 – dovranno aderire all’intesa e teoricamente procedere all’esecuzione dei tamponi.

La Regione Fvg. Sulla possibilità di trovare l’accordo e finalmente schierare anche i medici di famiglia è molto fiducioso l’assessore regionale alla Salute, Riccardo Riccardi: «Ho riscontrato molta disponibilità e molta sensibilità da parte dei medici di base. Spero che già la prossima settimana si possa arrivare alla firma. Poi ci vorrà ancora qualche giorno prima che tutto sia pronto, a partire dall’arrivo dei test rapidi e dei dispositivi di protezione da parte del commissario Arcuri. L’aiuto che potranno fornire i medici di famiglia sarà molto prezioso anche perché libererà da questi compiti una consistente parte di addetti ai lavori che potrà occuparsi di altro. La medicina generale si deve riprendere spazi che le sono propri».

Il modello San Giorgio. Per quanto riguarda le ipotesi sul tappeto, in Friuli Venezia Giulia sembra essere in dirittura d’arrivo la proposta avanzata dalla Fimmg che vede al centro del progetto il cosiddetto “modello San Giorgio”. Il riferimento è al centro che a San Giorgio di Nogaro è stato istituito già da qualche tempo e che prevede - in estrema sintesi – la disponibilità di una struttura messa a disposizione dalla Sanità pubblica e dove i medici di famiglia potrebbero operare con i cittadini in modalità “drive-in”. Chi deve sottoporsi al tampone arriva a bordo della propria automobile; medici e infermieri eseguono il prelievo.
«L’accordo con la Regione si fonda proprio sul modello che ho proposto personalmente – spiega il segretario provinciale di Udine della Fimmg, il dottor Khalid Kussini – e che ho già sperimentato un sabato mattina a San Giorgio di Nogaro. Eravamo tre medici e due infermieri: abbiamo operato per alcune ore eseguendo 130 tamponi.

I vantaggi sono indiscutibili: se la Sanità pubblica mette a disposizione dei medici di base una struttura dove poter agire, si risolve intanto il problema della sede. Quasi tutti i medici di famiglia operano infatti in ambulatori che si trovano in palazzine e che non potrebbero essere all’improvviso adibiti con tutte le garanzie di sicurezza all’accoglienza di pazienti potenzialmente portatori del virus. Inoltre, concentrando l’attività in giornate precise, con un impegno di alcune ore, si farebbe economia sulle protezioni di base: camici e mascherine».

Ma come funzionerebbe nella pratica il sistema? Intanto bisogna ribadire che si parla esclusivamente dell’esecuzione di tamponi antigenici rapidi, che garantiscono una risposta in circa venti-trenta minuti.

Il medico di medicina generale eseguirà dunque questi test con il consenso dell’interessato, prevedendo l’accesso su prenotazione e previo triage telefonico. I soggetti interessati sono i contatti stretti asintomatici individuati dal medico di medicina generale oppure individuati e segnalati dal Dipartimento di prevenzione in attesa di tampone rapido; sono anche i casi sospetti che il medico di base si trova a dover visitare e che valuta di sottoporre a test rapido; infine (se si opera in una struttura messa a disposizione dall’ente pubblico) i contatti stretti asintomatici allo scadere dei 10 giorni di isolamento, identificati in base a una lista trasmessa dal Dipartimento di prevenzione al medico individuato.

PER APPROFONDIRE.Quando devo fare il tampone? Tutti i dubbi nella nostra guida.

L’accordo che finirà sul tavolo regionale comprende anche ulteriori compiti per i medici di medicina generale, che dovranno seguire i pazienti anche dopo l’esecuzione del tampone. In caso di esito positivo, infatti, il medico che ha eseguito il test rapido comunica l’esito al paziente e gli raccomanda l’isolamento fiduciario in attesa dell’esito di un tampone molecolare di conferma. Il medico prende comunque in carico il paziente, avviando – secondo la bozza dell’accordo – anche il tracciamento, cercando dunque di individuare i contatti stretti del soggetto positivo. È previsto anche che i medici curino la sorveglianza sanitaria dei propri assistiti in quarantena e in isolamento attraverso contatti telefonici periodici.

La tariffa per i tamponi. Così come previsto nell’accordo nazionale, «la tariffa per l’attività svolta presso gli studi medici e stabilita pari a 18 euro, la tariffa per l’attività svolta fuori dagli studi medici è pari a 12 euro».

Alcuni di questi punti sono però contestati dallo Snami. «Siamo disponibili a collaborare con la sanità pubblica in questa situazione di grave emergenza – spiega il segretario regionale Snami, dottor Stefano Vignando – e siamo pronti anche a presentare soluzioni visti i gravi problemi di organico dei Dipartimenti di prevenzione. Ma la nostra posizione è molto differente da quella della Fimmg: noi chiediamo che il coinvolgimento dei medici di medicina generale avvenga su base volontaria e che l’attività di prelievo dei tamponi si svolga solo nei “punti tampone” dove sia possibile concentrare gli orari e l’utilizzo dei dispositivi di protezione».

«Inoltre – prosegue Vignando – chiediamo che al medico di medicina generale non vengano affidati compiti burocratici e neppure azioni di competenza della sanità pubblica come il tracciamento o l’organizzazione dei provvedimenti di confinamento o altro».

Come si capisce il fronte non è compatto e il rischio è quello di non trovare piena adesione al progetto, anche in caso di firma a livello regionale.

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