Dà dell'«ebreo» a un collega avvocato ma per il giudice «non è odio razziale», assolto


UDINE. L’«ebreo querelante»: così l’avvocato Giuseppe Turco, 71 anni, di Udine, oggi in pensione, aveva definito il collega Aberto Kostoris, del foro di Trieste, il 25 novembre 2013, alla prima udienza di un processo in cui sosteneva la difesa dell’allora capogruppo della Lega Nord di Trieste, Paolo Polidori, chiamato a rispondere di istigazione all’odio razziale, sulla scorta di una denuncia che proprio Kostoris aveva presentato in quanto «fiero appartenente al popolo ebraico».

A monte, alcune espressioni di carattere antisemita che Polidori aveva pronunciato l’anno prima a un congresso provinciale del partito. A portare a conclusione il procedimento - con il patteggiamento della pena di 2 mila euro di multa, oltre alle scuse alla comunità ebraica - era stato poi un altro legale. A Turco era rimasta però in eredità l’ulteriore denuncia che l’avvocato Kostoris non aveva esitato a presentare anche contro di lui. Identica l’accusa formulata dalla Procura giuliana: propaganda di idee fondate sull’odio razziale. Oppure, come suggerito in secondo grado dalla Procura generale, diffamazione aggravata dalla finalità di odio razziale.


Nessuna delle due ipotesi di reato ha retto alla prova processuale. Assolto nel 2018 dal tribunale collegiale di Trieste «perché il fatto non sussiste», l’avvocato Turco ha visto confermata l’altro giorno la sentenza di primo grado anche in sede di appello, a fronte della richiesta di condanna a 4 mesi di reclusione avanzata dalla pubblica accusa e di quella di risarcimento del danno «da devolversi in opere buone», presentata dall’avvocato Piero Fornasaro de Manzini, con cui il collega Kostoris si era costituito parte civile.

«Per quanto spregevole – aveva scritto nelle motivazioni il primo collegio giudicante –, il suo comportamento non integra la condotta contestata e non rappresenta quindi un concreto pericolo di diffusione di idee di odio razziale». Gli atti erano stati tuttavia trasmessi all’Ordine degli avvocati, affinché fosse valutata la «scorrettezza» della condotta sul piano deontologico.

«È stata una provocazione – ha sostenuto il difensore di Turco, avvocato Carlo Monai, davanti alla Corte d’appello presieduta dal giudice Edoardo Ciriotto –. L’avvocato Turco notoriamente interpreta la professione in modo ruvido e caparbio». Quanto all’ipotesi della diffamazione, il legale ha osservato come nel capo d’imputazione non vi fosse alcun riferimento all’ingiuria. «Ha usato espressioni “fuori contesto” e quindi inopportune», ha detto bollandole come «una caduta di stile».
 

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