È morto Diego Armando Maradona: al Friuli segnò di mano e Zico andò su tutte le furie

Maradona e Zico (foto di Walter Menegaldo)

UDINE. Sessant’anni compiuti il 30 ottobre, in occasione del compleanno aveva detto, per quello che può essere il manifesto della sua esistenza: “Sogno un altro gol di mano agli inglesi, questa volta con la mano destra”, scherzando. Ma non troppo come era Maradona.

Un genio in campo, un campione più discusso che non si può fuori. Le donne, la coca, l’abbraccio con la camorra, soprattutto un piede sinistro e una umanità e generosità inarrivabili. Mai sentirete un suo compagno di squadra parlare male di lui, mai.

Una leggenda del calcio che aveva lasciato il segno anche in Friuli incrociandosi con un altro grande del pallone, Zico.

La partita a Udine se la ricordano tutti. Il Friuli stracolmo, nel maggio di 35 anni fa, 45 mila persone erano accorse all’ultima partita in casa del campionato per non perdersi il primo, e unico, duello in serie A tra Zico e Maradona. Al minuto 88’, dopo che l’Udinese aveva rimontato, dominato e preso quattro pali, insaccò alle spalle di Brini il gol del beffardo 2-2 con la mano.

Apriti cielo. Zico, che forse sapeva di essere all’ultima recita al Friuli, andò da lui. «Se sei onesto confessa che hai segnato con la mano». Diego: «Sono Diego Armando Maradona, il disonesto». La storia fa il giro del mondo. Maradona è il più forte di tutti, Zico quasi, entrambi nel 1982 erano stati arginati, placcati, blindati da un eroe del Mundial 1982, Claudio Gentile.

Sì, perché il “vecio” Enzo Bearzot da buon pragmatico friulano, onesto e lavoratore, capì che l’unico modo per fermare il “!pibe de oro“ in quel decisivo Italia-Argentina al Mundial era quello di anticipare, braccare, Maradona.
Torniamo a quella partita di Udine, uno dei manifesti della vita di Maradona. Povero arbitro Pirandola. Gabbato dal re di Napoli non fu salvato dal guardalinee.

Gigi De Agostini, allora 24enne aveva giocato una partita “divina”: due pali che ancora gridano vendetta con altrettante staffilate delle sue, il gol del vantaggio al 55’, a coronamento di una remuntada cui Maradona aveva costretto i bianconeri di Vinicio dopo aver insaccato una punizione delle sue al 4’. Galparoli aveva subito pareggiato, poi in campo c’era stata soltanto l’Udinese.

«Bertoni fece andare il pallone sulla traversa, accorse Maradona che segnò con la mano, poi lo capimmo subito, guardammo il guardalinee sperando che almeno lui avesse visto: niente». Zico fu una furia. La partita finì due minuti dopo, la folla era inferocita. Perché, almeno ai tifosi che gremivano curva nord e distinti del vecchio Friuli la malefatta era risultata evidente.

Zico si beccò una squalifica fiume, per tutti gli insulti che mandò all’arbitro nel tunnel dello stadio, e salutò il Friuli con quella partita. Maradona si preparò a vivere una stagione d’oro a Napoli col primo scudetto e il Mondiale.

Quarti di finale con l’Inghilterra, stadio Azteca. Era il 2 giugno 1986. Sedici anni prima in quello stesso stadio Pelè, l’altro grande, per molti il più grande, anche di Diego, per altri no, segnò un memorabile gol di testa all’Italia di Albertosi nella finale d’un altro mondiale. Elevazione incredibile, in cielo per momenti lunghissimi, un manifesto del calcio.

Sedici anni dopo gli 80 mila dell’Azteca, e il mondo intero grazie alla tv, assistettero in tre minuti, dal 6’ al 9’ della ripresa, alla sintesi sublime di chi è stato in campo e nella vita Diego Armando Maradona.

Non fu una partita qualsiasi. L’Argentina ancora recrimina per l’espulsione del proprio capitano al Mondiale 1966 che aveva spianto la strada agli inglesi. Poi nel 1982 c’era stata la folle aggressione di un regime argentino agli sgoccioli alle isole inglesi Falkland. Ne scaturì una guerra lampo che portò gli uomini di Sua Maestà a una facile vittoria, i cui strascichi però finirono sul campo dell’Azteca.

Diego era la luce di quell’albiceleste operaia di Bilardo. Burruchaga e Valdano le uniche spalle di classe. Proprio su una palla di Valdano, Maradona si gettò sei minuti dopo l’inizio del secondo tempo. Peter Shilton uscì, Diego non ci poté arrivare di testa. Allora... «La palla non si abbassava abbastanza, decisi di mettere oltre che la testa anche la mano, quando mi girai vidi la palla in rete e ai compagni che mi chiedevano se avessi segnato di mano dissi di abbracciarmi e basta» raccontò poi.

Negli spogliatoi si giustificò: «È stata “la mano de dios”. Ma intanto, 3’ dopo il fattaccio, aveva messo al sicuro il match segnando forse il gol più bello di tutti: 60 metri palla al piede in 10 secondi dribblando 5 inglesi.

Quel golazo tolse i riflettori sulla “mano de dios” non vista dall’arbitro Ali Bennaceur.

Il gol del secolo. Che Messi, quello che si è avvicinato di più a Maradona, avvicinato ripetiamo, il 10 marzo 2011 nel 2-0 del Barcellona sul Getafe, imitò quasi alla perfezione. Se non che Diego quell’Argentina nel 1986 la riportò sul tetto del mondo, come fece quattro anni dopo in Italia dopo aver riportato il Napoli a conquistare il tricolore.

Maradona e Napoli erano tutt’uno in quell’estate delle Notti magiche. E Napoli infatti fu il capolinea anche dell’avventura dell’Italia di Vicini con uno stadio che tifava per Maradona, altro che azzurri.

Addio Diego, di cui quel pomeriggio conobbero tutto: i pregi e difetti. Con l’anticipo della “mano de dios”.

E non è un caso se il giocatore che, dopo Zico, abbia fatto la storia dell’Udinese di nome e cognome faccia Totò Di Natale, napoletano con Diego nel cuore.  


 

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