Forciniti tace, la sua versione al vaglio dei magistrati. Il pm: "Resti in carcere"

L’infermiere: «Cosa ho combinato? Fino a ieri aiutavo i medici a far sopravvivere i pazienti Covid e ora sono in carcere»

PORDENONE. Ha passato la sua prima notte in carcere in cella, da solo, sospeso tra passato e futuro: da una parte la sua vita di prima scandita dal lavoro da infermiere e dalla famiglia, dall’altra la prospettiva del carcere e la preoccupazione per il futuro dei suoi figli. «Cosa ho fatto? Ho passato la mia vita ad aiutare i pazienti, anche quelli Covid – ha raccontato al suo legale Giuseppe Forciniti, 33 anni, accusato dell’omicidio della sua compagna Aurelia Laurenti – e adesso, in galera, non posso aiutare nessuno».

Venerdì 27 novembre alle 13 si è svolto l’interrogatorio di garanzia a carico di Forciniti. L’uomo è stato arrestato dopo essersi presentato in Questura a Pordenone nella notte tra mercoledì e giovedì, con le mani tagliate e insanguinate. A casa la sua compagna Aurelia Laurenti, 32 anni, mamma di due bambini, era in un lago di sangue, su collo e testa otto coltellate. Dopo aver inizialmente raccontato di una colluttazione con un ladro, Forciniti ha parzialmente ammesso le sue responsabilità spiegando di averla colpita una sola volta. Una versione che ha confermato anche ieri di fronte al giudice per le indagini preliminari Giorgio Cozzarini, alla presenza del suo avvocato Ernesto De Toni. Forciniti si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande ma ha confermato quanto detto al pubblico ministero, spiegando di voler collaborare.

Il sostituto procuratore Federico Facchin ha chiesto per lui la convalida dell’arresto e la misura cautelare in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla relazione di convivenza. La difesa si è rimessa alla decisione del giudice, che si è riservato. Poi Forciniti ha parlato con il suo legale confessandogli le sue preoccupazioni, in primis per i figli. «Siamo disponibili a collaborare – ha spiegato De Toni – ma adesso il mio assistito non era nelle condizioni di rispondere, anche perché gli atti ci erano stati appena consegnati». I genitori del 33enne hanno chiesto di poterlo vedere in carcere ma il permesso è subordinato allo sviluppo delle indagini, ancora in pieno svolgimento: Forciniti li aveva chiamati anche la notte del delitto, mentre era in Questura.


Prosegue l’intenso lavoro degli investigatori, con la squadra mobile in prima linea affiancata dalla polizia scientifica che ieri pomeriggio è tornata nella villetta di via Martin Luther King 18 a Roveredo in Piano per un nuovo sopralluogo. Gli accertamenti potrebbero richiedere tempo ma dare risposte determinanti. Il racconto di Forciniti, infatti, non convince del tutto gli investigatori e c’è attesa per i risultati degli accertamenti, compreso l’esame esterno sul corpo della vittima e la perizia sul presunto omicida. Potrebbe rivelare dettagli utili rispetto ai tagli sulle mani e al modo in cui se li è procurati. L’autopsia non è ancora stata fissata ma sia la difesa dell’indagato – che nominerà per l’occasione un consulente di parte – sia i familiari della vittima – che hanno ufficializzato il conferimento dell’incarico per la difesa dei loro interessi all’avvocato Morena Cristofori – sono risoluti nell’andare fino in fondo. Nel frattempo sono stati sequestrati gli abiti indossati da Forciniti al suo ingresso in Questura e i cellulari.

Prosegue anche l’attività di ascolto delle persone più vicine alla coppia, al primo posto i genitori. Particolare attenzione nei confronti del bambino più grande. Era nella sua cameretta – dove è stata trovata una letterina dedicata al padre – mentre Giuseppe colpiva Aurelia in camera da letto: il padre è sicuro che non abbia visto nulla. Per lui, un’audizione in forma protetta. E proprio il futuro dei bambini, che ora sono ancora con la zia materna alla quale Forciniti li ha portati la sera del delitto, è al centro dei pensieri di entrambe le famiglie coinvolte nella tragedia di Roveredo in Piano. I Laurenti si sono rivolti, tramite il loro legale, al giudice competente per chiederne la tutela. Anche la famiglia Forciniti, però, ha dato la sua disponibilità ad accogliere i bambini.


A sentire i racconti dopo la tragedia, quelle di Giuseppe e Aurelia sembrano due vite parallele. Dalla parte di chi era vicino alla vittima, un quadro di gelosia e paura. «Giuseppe stava facendo una vita difficile – riporta invece l’avvocato di Forciniti – era continuamente aggredito verbalmente dalla compagna». E poi il mistero del coltello, ritrovato in un cassonetto su segnalazione del 33enne. «In camera c’era già» assicura l’avvocato. Aurelia, però, non può più smentirlo.
 

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