L’incontro tra famiglie nel segno del dolore. La mamma di Aurelia: "Per me è ancora viva"

Il pianto di due madri che hanno perso figlia e figlio, il silenzio dei padri. I genitori di Giuseppe hanno incontrato i consuoceri giovedì pomeriggio 

SAN QUIRINO. Un grido di dolore, il pianto semisoffocato delle madri. Gli occhi lucidi e il silenzio dei padri. Così, quando giovedì il sole era appena tramontato, è avvenuto l’incontro tra i genitori di Aurelia e quelli di Giuseppe, nel giardino dell’abitazione dei primi, in via Napoleone Aprilis, a San Quirino. Quello stesso giardino dove, ancora adolescenti, Aurelia e Giuseppe avevano giocato tante volte, dove forse si erano dati il primo bacio, dove era maturato il loro amore.

Ore e ore in auto, da Rossano Calabro a Pordenone: Giovanna e Antonio Forciniti le hanno trascorse sapendo di avere un figlio in carcere accusato di omicidio, una nuora morta accoltellata, due nipotini senza genitori.


Due famiglie, Laurenti e Forciniti, con l’epilogo opposto per i rispettivi figli. Ma in questo momento – e forse nemmeno un domani – non c’è spazio per l’acredine: «Poveri genitori, loro non hanno alcuna colpa», vanno ripetendo Giacomo e Annunziata ai tanti amici che per tutto il giorno sono andati a portargli conforto. Stamattina saranno chiamati a raccontare agli inquirenti la vita di Aurelia, le difficoltà, ormai note, con il compagno, le “ritirate” nella casa dei genitori, le visite del compagno e le sue rassicurazioni, i dissapori.

Giuseppe era di casa, in via Napoleone Aprilis. «È arrivato qui a 15 anni, l’abbiamo accolto come un figlio. Lo portavo al lavoro e andavo a prenderlo», ricorda quei tempi Giacomo. Così come periodicamente accompagnava la figlia in Calabria. I “ragazzi” si erano conosciuti a 12 anni, a Rossano Calabro, paese d’orgine della mamma e moglie e dei futuri consuoceri. «Tra loro e noi i rapporti sono sempre stati buoni e lo sono tuttora: che colpa hanno? Noi abbiamo perso una figlia, loro un figlio».

Un figlio che quando arrivava dai suoceri non mostrava segnali di disagio: «Forse perché qui c’ero anche io quando mia sorella non voleva tornare a casa. Tentava di isolarla da tutti», racconta il fratello Mirco.



Mamma Annunziata non si dà pace. «Mi manca, mia figlia, mi manca. Ma non la voglio vedere morta, voglio ricordarla quando era felice. No, non voglio vederla dentro una bara, ferita così come ci è stato riferito: non so nemmeno se avrò la forza di andare al funerale: sarà celebrato a Roveredo. Non voglio vederla, per me Aurelia è ancora a casa».

A Roveredo, in via Kennedy, i genitori non ci sono andati: «La vogliamo a casa sua». Dove l’albero di Natale era già stato preparato, dove i giochi dei bambini sono ancora in giardino, dove la sua auto è ancora parcheggiata davanti al cancello. Dove dall’altro ieri ci sono tanti fiori e lumini.


I parroci di San Quirino e Roveredo, don Aniceto Cesarin e don Ruggero Mazzega, portano il conforto cristiano e riferiscono delle iniziative di solidarietà che le comunità hanno promosso. «Grazie a tutti – dice Annunziata –. So che sono state accese candele, che sono stati portati fiori. Aurelia non tornerà, ma questo ci rende meno pesante il grande dolore che viviamo».

I genitori guardano il muro della casa: l’aveva tinto lei, in spatolato arancione. Vicino all’ingresso aveva decorato tre parole: serenity, hope, love. Serenità, speranza, amore. Situazioni che mancavano da tempo, nella coppia. Nonostante le vacanze estive in Calabria, le colazioni in pasticceria, gli incontri con i genitori dei ragazzi. Il quadro famigliare sembrava dei più felici.

Da via Napoleone Aprilis mancano i nipotini. Sono rimasti dalla sorella della nonna, portati da Giuseppe subito dopo avere ucciso la compagna. Il più piccolo non sa cosa sia successo: «L’ho sentito tre volte, oggi, e mi ha chiesto della mamma». Al più grande, invece, con l’ausilio delle assistenti sociali, è stato detto che «la mamma non c’è più».

Giovanna piange con Annunziata, Antonio sta in un angolo del terrazzo con Giacomo, entrambi in silenzio. Sono stati i genitori di Aurelia ad avvisarli dell’accaduto. Pensavano alla “solita” lite. Invece, da tempo non era la semplice lite, «lui era padrone assoluto di mia sorella», rimarca Mirco. Sarà ciò che ripeterà oggi, assieme ai genitori, alla polizia: «Anche se Aurelia non tornerà più».


 

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