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La madre dell’infermiere: «Si sentiva vessato da lei»

PORDENONE. «Dateli a noi, possiamo occuparcene». Il primo pensiero di Giovanna Ferrante e Antonio Forciniti, i genitori di Giuseppe, è per i nipoti. Non li hanno ancora visti da quando sono arrivati da Rossano, in Calabria, paese d’origine del 33enne accusato di aver ucciso la compagna. «A Rossano ma anche in tutta Pordenone non troverà nessuno che parlerà male di Giuseppe. È una persona meravigliosa, intelligente. Lavorava come odontotecnico a Sacile quando ha deciso di laurearsi e ci è riuscito con tanti sacrifici quando era padre da pochi mesi».

Un rapporto stretto, quello che Giuseppe e i suoi genitori avevano con la famiglia di Aurelia Laurenti, maturato nell’ambito di una lunga relazione. «Lei l’amava ma ultimamente l’aveva allontanato perché lui la riprendeva: stava sempre al telefonino e non si interessava della casa e della famiglia. Giuseppe doveva fare tutto e in questo periodo lo stress era acuito dal Covid. Lui le aveva chiesto aiuto ma lei comandava e Giuseppe doveva eseguire».


«Mio figlio si faceva andare bene questa situazione per il bene dei bambini – continua Giovanna Ferrante – e io ora sono pronta a lasciare il mio lavoro per prendermene cura. Sono capace di seguire i piccoli, mi dedicherei esclusivamente a loro».

C’è, nelle parole di Giovanna Ferrante, un’incredulità che non riesce a trattenere. «Nessuno lo avrebbe creduto capace neppure di ammazzare una mosca: salvava pure le formiche. Non lo so cosa abbia spinto mio figlio ad agire così, mi sono fatta mille domande ma non ho la risposta. Mio figlio mi diceva solo che era trattato “come un cane”: quando uno arriva a usare queste parole, tu come ti senti? Ma io non ho dato peso a queste cose. Lui sopportava».



C’è un episodio, in particolare, rimasto scolpito nella mente della signora Ferrante. Una sequenza di fatti che non può dimenticare e che racconta non senza remore. «Un giorno ho visto Aurelia con un occhio nero – spiega – e le ho chiesto cosa si fosse fatta. Mi ha detto che era stato Giuseppe. Io ho preso mio figlio e lascio immaginare come l’ho trattato. Lui mi ha detto: “Mamma, io non le ho mai messo un dito addosso. Mi credi?”. Ma io non l’ho creduto, tanto che gli ho chiesto cosa gli fosse passato per la testa. Il giorno dopo mio figlio si è alzato la maglietta, non ricordo per quale motivo, e aveva un livido enorme sulla pancia. Gli ho chiesto cosa fosse successo e lui mi ha risposto che era caduto. Lei mi disse che l’aveva colpito con il mattarello. Quindi ho chiamato la mamma di Aurelia. E ho continuato a indagare: ho parlato con una parente che mi ha detto che questi lividi, da piccola, se li procurava lei da sola. Fino a quando non otteneva quello che voleva».

«Io davo sempre ragione a lei – continua – ma alla fine la situazione mi si è rivoltata contro».

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