25 novembre, giornata mondiale del fallito e dei fallimenti



 

Il fallimento è quello dello Stato che non è in grado di difendere madri e mogli, fidanzate e amanti che pur avendoli denunciati sono comunque morte

“Una donna uccisa ogni tre giorni”. “Una trentenne è stata ammazzata a Padova” (aveva denunciato il marito per maltrattamenti). “Una donna di 51 anni è stata uccisa a Catanzaro”. E ancora: “Una 32enne, madre di due figli, accoltellata a Roveredo in Piano”.

Erano i titoli di televisioni e quotidiani di questi giorni, del 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. E mentre li leggevo mi è venuta in mente una lezione del professore e scrittore Enrico Galliano: «Avete fatto caso che queste notizie sono sempre date in forma passiva (“Donna uccisa dal marito”; “Ragazza uccisa dal fidanzato”; “Giovane uccisa dal compagno”) e quando, invece, a morire è un uomo c’è quasi sempre la forma attiva (“Uccide l’anziano padre”; “Donna uccide il marito”)?». Messa giù così, in forma passiva, spiega ai suoi alunni Galliano, sembra quasi che parte della colpa sia della donna.

È un po’ come quando ai commenti si aggiungono considerazioni del tipo “era ubriaco”, “lei lo aveva tradito”, “si voleva separare”, “stava passando un difficile momento (lui!)” quasi a voler dare un senso a tanta violenza.

È vero, spesso è colpa anche nostra, dei media. Non di tutti. Ma di troppi.

Il soggetto dev’essere il violento. L’assassino. Ecco perché stavo pensando se non fosse venuto il momento di cambiare anche tema alla giornata del 25 novembre: non più “contro la violenza sulle donne”, ma “la giornata mondiale del fallito”. Non più un invito (“non fate del male alle donne”), ma una condanna (“tu che fai del male sei un fallito” (mi verrebbe da scrivere sfigato, ma lasciamo fallito). Un fallito come persona; misero; meschino, infelice. Incapace.

Ascoltavo, sempre mercoledì 25, il Presidente della Repubblica: «Le notizie di violenze contro le donne occupano ancora troppo spesso le nostre cronache, offrendo l’immagine di una società dove il rispetto per la donna non fa parte dell’agire quotidiano delle persone, del linguaggio privato e pubblico, dei rapporti interpersonali». Tutto vero, ci mancherebbe, ma signor Sergio Mattarella è violenza anche retribuire meno una donna che fa la stessa professione di un uomo, eppure nessun legislatore alza la mano.

Tornando, quindi, al 25 novembre, ormai ridotto a inutile contenitore di retorica (tipo l’8 marzo), e provando, dunque, a modificarne la prospettiva, non è la donna che si deve raccontare, che ci deve venire a dire come si è rifatta una vita. Le storie sono quelle di uomini falliti. Di infelici da educare ad accettare un «no» o un «addio». E se vogliamo, del fallimento dello Stato che non è in grado di difendere madri e mogli, fidanzate e amanti che pur avendoli denunciati sono comunque morte.

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