Il geriatra che smonta l’equivoco: i morti "col" Covid sono morti "di" Covid. Molti anziani stroncati dalla potenza del virus

Cavarape: "Senza il contagio molti sarebbero sopravvissuti. È molto imprudente dire a priori “deceduti con il virus”

UDINE. «Era anziano, soffriva di patologie pregresse, è morto con il Covid». Quante volte, in questi mesi segnati dalla pandemia, abbiamo sentito ripetere queste parole per minimizzare gli effetti provocati dal coronavirus? Tante, troppe volte soprattutto se si pensa che dietro ai numeri ci sono le persone, uomini e donne con i loro vissuti, che avrebbero voluto e potuto restare con noi anche solo qualche giorno in più.

«Ci dobbiamo chiedere se senza il Covid questi anziani sarebbero sopravvissuti e la risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, è affermativa». Il direttore della Scuola di specializzazione in Geriatria dell’università di Udine, Alessandro Cavarape, non ha alcun dubbi «dire a priori è morto con e non per Covid è molto imprudente».

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Professore, perché parla di imprudenza?

«Perché non sappiamo molto di questa malattia e quando si dice è morto di Covid significa che il paziente è morto per le complicanze determinate dal coronavirus».


Questo significa che senza il contagio molti anziani deceduti negli ultimi mesi sarebbe ancora vivi?

«Nei certificati di morte si scrive con Covid perché il paziente era affetto da scompenso cardiaco piuttosto che da tumore, ma in tutti questi casi dobbiamo chiederci: senza il Covid sarebbero sopravvissuti?»

La risposta qual è?

«Sono persone che senza il Covid sarebbero ancora vive. Lo conferma il fatto che abbiamo i reparti pieni di pazienti con crisi respiratorie dovute al coronavirus».

Il fatto che la comunità scientifica non sappia ancora molto di questa malattia significa che si renderanno necessarie ulteriori valutazioni anche sulle cause di morte?

«Alcune valutazioni a posteriori andranno fatte, ma ribadisco proprio perché non ne sappiamo molto è imprudente dire a priori è morto con Covid. La maggor parte delle persone è deceduta per il Covid».



Oltre che un’imprudenza è un’ingiustizia dire “aveva più di 90 anni»? È quasi un modo per sminuire gli effetti del Sars-Cov2?

«Un novantenne deceduto per Covid avrebbe potuto vivere uno o diversi anni in più, il virus invece l’ha strappato alla vita in anticipo».

Cosa significa per un anziano vivere un anno in più?

«A una certa età un anno perso è molto di più di un anno perso».



Dal punto di vista affettivo?

«Al termine della vita un anno senza affetti o un Natale senza nipoti può diventare terribile. Ecco perché dico a chi dice “erano anziani”, erano persone che avevano fatto la loro vita e che non meritavano di morire soli».

Si riferisce agli isolamenti a cui non solo gli anziani sono sottoposti negli ospedali e nelle case di riposo?

«Certamente, soprattutto gli anziani sono persone che hanno concluso la loro vita lunga e meritoria senza nessuno intorno».

Anche il suo collega Graziano Onder, responsabile del rapporto sulla mortalità da coronavirus dell’Istituto superiore di sanità, ritiene che in Italia il 90 per cento dei morti sono per e non con Covid?

«Condivido al cento per cento la tesi del collega: si tratta di anziani con più patologie che vengono uccisi dal virus».


L’Italia è anche uno dei Paesi dove si muore di più, perché?

«In Italia operano persone serie e non credo che i dati non siano corretti. Le schede di morte sono atti ufficiali, riassumono il percorso del paziente e il decorso della malattia. È fuori dubbio che nel nostro Paese il coronavirus ha colpito le fasce d’età più fragili in modo più evidente rispetto a quanto sta accadendo nel resto d’Europa. Questi dati devono invitarci a fare altre valutazioni».

Quali?

«C’è da ripensare l’assistenza degli anziani che ormai ha mostrato tutte le sue fragilità e le sue carenze».

È anche vero che la seconda ondata è risultata peggiore della prima, si poteva prevedere?

«L’intero Paese si è trovato in grandissima difficoltà, gli ospedali stanno fronteggiando un’ondata senza poter contare su servizi territoriali adeguati e con un sistema di tracciamento carente in tutte le regioni».

Nel suo reparto come si vive tutto questo?

«Lo viviamo riorganizzando ogni giorni il reparto. Stiamo accettando i ricoveri da San Daniele e da Tolmezzo, siamo costantemente in emergenza».



Avete accolto anche gli anziani della Rsa no Covid di Palmanova? Una settimana fa il reparto è stato svuotato per recuperare il personale e superare l’ondata dei ricoveri del fine settimana.

«No i pazienti della Rsa di Palmanova non sono venuti da noi».

Questa esperienza, tanto per usare le parole di Onder, deve indurci a ricalibrare il sistema di assistenza agli anziani e alle persone fragili?

«Certamente, questa pandemia ci sta insegnando molte cose. Non dimentichiamoci che ci troviamo senza medici e senza specialisti e anche questo fatto è figlio di politiche e di leggi finanziarie che hanno tagliato i numeri dei posti e gli investimenti».

Stiamo pagando a caro prezzo decenni di scelte sbagliate?

«Queste scelte hanno favorito gli abbandoni anche tra gli specializzandi, tanti studenti sono andati a completare il percorso formativo all’estero».

L’apertura ai medici stranieri può essere una soluzione?

«Il medico straniero non viene a lavorare in Italia, va in Gran Bretagna o in Germania dove gli stipendi sono più alti».



Le scuole di specializzazione degli atenei di Udine e Trieste quanti studenti accolgono ogni anno?

«Quest’anno il numero programmato è aumentato, ne hanno assegnati sei sia a noi che a Trieste. Con il Covid si sono resi conto dell’importanza che assume questa specialità.

I risultati però li vedremo tra qualche tempo?

«Per formare medici bravi ci vuole tempo, i professionisti non si formano dall’oggi al domani».

 

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