"Al pronto soccorso situazione gravissima": la lettera-denuncia dei medici all'Azienda sanitaria

L’immagine postata su Facebook dalla consigliere regionale Mariagrazia Santoro

Pubblichiamo la lettera che i dirigenti medici della Soc Pronto soccorso-Medicina d’urgenza dell'ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine hanno inviato nei giorni scorsi a Massimo Braganti, direttore generale dell'Azienda sanitaria universitaria Friuli Centrale

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Egregio dottor Braganti,

sono trascorsi quasi cinque mesi dalla prima ondata della pandemia e noi medici d’Emergenza ci troviamo nuovamente a lavorare immersi ogni giorno nella disorganizzazione, stremati fisicamente e moralmente e attualmente decimati dalle positività emerse tra il personale della Soc. In questo contesto purtroppo ci sentiamo sempre più sviliti nella nostra figura professionale.

Non si tratta di un mero moto di orgoglio, con questa nostra vogliamo denunciare ufficialmente le criticità che ci impediscono di gestire i pazienti nel rispetto della nostra etica professionale e del Giuramento che tutti noi abbiamo fatto.

Abbiamo più volte fornito suggerimenti, proposte e informazioni su ciò che si sarebbe potuto fare per giungere alla nuova emergenza più preparati, dato che l’arrivo della seconda ondata epidemica era ben prevedibile, ma apparentemente queste segnalazioni informali non hanno mai avuto seguito.

Anche oggi, come in primavera, il nostro gruppo ha un ruolo fondamentale nella gestione dell’emergenza Sars-nCoV-2 che con questa seconda ondata rischia di mettere in ginocchio la nostra Azienda. Purtroppo però sembra che il nostro ruolo non sia riconosciuto, impressione confermata dalla cronica carenza di risorse umane e dal marginale coinvolgimento della nostra Soc nella organizzazione del percorso del paziente Covid19.

Di seguito elenchiamo alcune criticità:

  • Affollamento dell’area Covid del pronto soccorso, frutto di problematiche distinte: numero crescente dei pazienti positivi, storica carenza di assistenza territoriale efficiente ed efficace e soprattutto carenza di posti letto disponibili nei Po Asufc.
  • Ricerca ossessiva (e time-consuming) del posto letto che si riesce ad ottenere solo dopo estenuanti e ridondanti telefonate tra Ps, “bed manager” e reparti di destinazione
  • Spostamenti dei pazienti Covid affidati alla Croce rossa senza alcuna priorità per l’Area Covid di Ps, con una modalità di richiesta da compilare online per ogni singolo trasporto che appare davvero surreale e spesso ci obbliga a ricorrere al nostro personale Oss perdendo ulteriori risorse all’interno dell’area operativa
  • Locali dell’area Covid del Ps inadeguati per spazi e numero di personale
  • Distanziamento tra pazienti impossibile nelle fasi di alto afflusso anche con adeguata ottimizzazione degli spazi a disposizione
  • Mancata conversione di parte dei Reparti medici e chirurgici in Medicine e Chirurgie Covid
     

Tutto questo ha portato alla permanenza di pazienti anziani e fragili, con elevati bisogni assistenziali in PS per più giorni in attesa di posto letto, persone per le quali ci è stato impossibile garantire l’assistenza primaria e la sicurezza, evento del tutto eccezionale nella storia del nostro Ps, e che ci ha profondamente messo in discussione nel nostro sentirci parte di una struttura che deve mettere al centro del suo lavoro il malato.

Segnaliamo infine la mancata pianificazione della sorveglianza con tamponi al personale medico, che finora ha sempre autogestito singolarmente e in piena libertà i controlli (in un Presidio ospedaliero della nostra Azienda a pochi chilometri da qui il personale di Ps esegue un tampone ogni 2-3 giorni pianificato dalla Direzione).

Da ultimo, ma non certo per importanza, ci preme segnalare che la mancanza di posti letto per pazienti ad elevata intensità di cura (Nivcpap-caschi), ha trasformato l’Area Covid del Ps in una terapia semi-intensiva arrivando fino a ventilare in maniera non invasiva 10-12 pazienti contemporaneamente, in condizioni di altissimo rischio infettivo per pazienti e operatori.

Negli ultimi 45 giorni, pur essendo ben consci della carenza di misure di sicurezza per gli operatori, abbiamo comunque assicurato un adeguato supporto ventilatorio a ciascun malato critico, date le drammatiche implicazioni prognostiche legate a un eventuale ritardo dell’inizio del trattamento.

È evidente che ciò ha determinato un numero crescente di operatori positivi al Sars-nCov-2, basti ricordare che durante la prima ondata della pandemia nessuno di noi si è ammalato o è risultato positivo all’analisi genomica.

È stato oltremodo umiliante, sconfortante e svilente, venire a conoscenza a mezzo stampa e televisione di dichiarazioni ufficiali dei vertici regionali che suggeriscono la provenienza extra-lavorativa delle infezioni rilevate all’interno della nostra Soc, trasformando in questo modo i nostri cari e noi stessi da vittime in carnefici.

Da pochi giorni un tardivo provvedimento “ufficiale” ci indica di evitare la ventilazione a pressione positiva nelle zone non fornite di impianto di aspirazione, dato che la saturazione ambientale di droplets carichi di virus aumenta notevolmente il rischio di contrarre la malattia, pur indossando i dispositivi personali.

Si è scoperto solo ora? Era davvero necessario rilevare una quindicina di positività all’interno dell’equipe sanitaria di Ps-Med Urg prima di prendere in considerazione il problema? La mancanza di condizioni idonee alla cura dei malati di CoViD19 ci tutela in qualche modo dal punto di vista morale e legale?

Ancora, è previsto che non si possano fare turni continuativi di 6 o 12 ore senza cambi nei Reparti Covid, ma nella nostra Soc non vi sono alternative per questioni di numero e di formazione del personale (organico limitato, esenzioni e formazione insufficiente di una parte del personale attualmente in supporto volontario al Ps).

Storicamente i medici del Pronto soccorso hanno tamponato molti problemi organizzativi del nostro ospedale Hub, ma questa volta ciò accade a scapito della salute del personale medico, infermieristico e di assistenza che sta pagando di persona un prezzo davvero alto, oltre che degli Utenti che risentono notevolmente del decremento qualitativo delle prestazioni a loro erogate.

Dal canto nostro facciamo tutto il possibile come medici, ma l’attuale carenza strutturale/organizzativa non è imputabile a noi e non si può compensare con la buona volontà e lo spirito di dedizione dei singoli operatori.

In ultima analisi, il presidio ospedaliero di Udine non ha presentato un piano organizzativo dettagliato, adeguato a garantire le migliori cure possibili ai malati in pronto soccorso - punto di primo accesso e di prolungato stazionamento -, nè a tutelare la salute dei propri dipendenti.

Prendiamo atto di una serie di azioni migliorative intraprese nell’ultimo periodo, che però appiano oltre che tardive ancora insufficienti. Ci auguriamo che questa nostra possa stimolare un colloquio costruttivo, per una gestione più appropriata del prossimo periodo, che si prospetta ancora lungo ed impegnativo.

I dirigenti medici della Soc Pronto soccorso-Medicina d’urgenza

Emanuela Barbano Alessandro-Giacco Bellatorre Nadia Calabrese Paolo Cencin Massimiliano Chiuch Lorenzo Clinaz Annarosa Del Forno Alessandro Dente Gaetano Esposito Stefania Fedrizzi Federica Florio Chiara Frisoni Marta Galli Marco Giordano Federico Iuri Sebastiano Lizzio Benedetto Lucifora Pierangela Maiorano Federico Mecchia Paola Messina Carla Milocco Elisa Nadalini Paolo Onorato Enrico Palmas Valentina Siragusa Valentina Tomadini Paola Ventruto Gloria Zanella.

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