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Il coach Longhin e la sua battaglia contro il virus: «Col Covid la partita più dura della mia vita. Ero pronto al peggio»

Parla l’allenatore di basket pordenonese: «Medici e infermieri sono prima di tutto delle persone» 

PORDENONE. Marzio Longhin, pordenonese professione coach, di avversari sui campi di basket ne ha sconfitti tanti, uscendo vittorioso con titoli italiani e promozioni. L’avversario più tosto è stato però l’ultimo, il Covid-19, con cui anche lui ha dovuto fare i conti riuscendo a vincere anche questa sfida. Ed è lui stesso che ha voluto rendere pubblica la sua esperienza, perché, afferma, «credo che da ogni esperienza ognuno deve trarne insegnamento». Soprattutto nei confronti di chi ancora minimizza questa pandemia.



Marzio, cosa si sente di dire a chi ancora è negazionista?

«Rispondo dicendo cosa ho visto. Ho visto e percepito chiaramente le competenze di persone prima che medici, infermieri o addetti vari. Hanno una protezione fino ai piedi, con doppi guanti, mascherina e visiera come a sottolineare: “Siamo tutti uguali”. Il loro compito non si è limitato alla somministrazione terapeutica, ma si sono presi cura di ognuno di noi senza risparmiarsi. Ho visto una immensa umanità e una condivisione della sofferenza con ogni paziente. Io non sono stato fortunato, io sono stato curato, centrano le competenze e in seconda medica, che è uno dei 5 reparti diventati Covid dove sono stato seguito ho incontrato la fiducia nel futuro».



Ha pensato subito al Covid? E come pensa di essere stato contagiato?

«Tutto è cominciato con una febbre sempre alta che persiste aumentando progressivamente. Non ho pensato subito al Covid, visto che ho sempre osservato il distanziamento previsto. Ho passato una settimana a casa terribile con continue sudorazioni e sbalzi di temperatura, dopo due giorni dall’inizio ho avuto mancanza di olfatto e gusto. Da qui abbiamo chiesto di fare un tampone. Finalmente la domenica mattina arriva un medico che mi visita e mi dice che sarebbe meglio andare in pronto soccorso per valutare un eventuale ricovero. Il pronto soccorso ha una entrata covid separata, ma l’attesa è sempre lunga. Vengo ricoverato nel pomeriggio perché la situazione è precipitata velocemente e le mie condizioni continuavano a peggiorare. Dopo alcuni giorni, grazie all’ottima assistenza, miglioro sensibilmente lo staff medico mi comunica con gioia che tutto sta evolvendo nel modo migliore e potevo andare a casa».



Cosa le lascia questa esperienza?

«Ci sono degli aspetti legati a questa patologia che coinvolgono gli affetti e gli amici che ringrazio, so che mi sono stati vicini soprattutto ad Agnese mia moglie che credo come tutti abbia vissuto momenti di ansia legati all’evolversi delle mie condizioni, lei in isolamento, mentre io, come sempre, sono andato in modalità auto-protezione. Non posso raccontare l’accavallarsi delle sensazioni e dei pensieri, posso dirvi che ero pronto anche al peggio, senza rimpianti».

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