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Il Friuli torna in area gialla e non c'è da stare allegri: qui le regole del Ministero non sempre vengono seguite

I calcoli dicono che se nel resto del Paese, con la seconda ondata, i ricoveri sono aumentati del 15 per cento, nella nostra regione l’aumento è del 100 per cento. Se in Lombardia il numero dei contagi è stato 4 volte superiore rispetto alla prima ondata, in Friuli Venezia Giulia è superiore di 22 volte

Renato D'Argenio
2 minuti di lettura

UDINE. Il Friuli Venezia Giulia torna regione gialla. Ma non c’è da stare allegri. I contagi continuano a crescere (siamo la regione con il più alto indice ogni 100 mila abitanti), i morti sono tanti e il picco deve ancora arrivare. Siamo “in ritardo”, rispetto alla media-Paese di quasi tre settimane.

A inizio settimana, il fisico Roberto Battiston, professore ordinario di Fisica Sperimentale a Trento e presidente dell'Agenzia Spaziale Italiana dal maggio 2014 al novembre 2018 ha analizzato anche i numeri della nostra regione. Battiston è lo studioso che, correttamente, ha previsto il picco in Italia il 27 novembre. Ma non qui: in Fvg sarà il 18 dicembre.

I calcoli dicono, infatti, che se nel resto del Paese, con la seconda ondata, i ricoveri sono aumentati del 15 per cento, nella nostra regione l’aumento è del 100 per cento. Se in Lombardia il numero dei contagi è stato 4 volte superiore rispetto alla prima ondata, in Friuli Venezia Giulia è superiore di 22 volte. «Si fanno più tamponi – ha spiegato Battiston –, ma non basta a giustificare un incremento così importante. Qualcosa non ha funzionato nel sistema di contenimento».

Ecco un esempio. Scuola per i servizi dell’infanzia. Un bambino ha la febbre i genitori lo tengono a casa e preoccupati decidono di fare il tampone: positivo seppur con una carica bassa. Mamma e papà negativi. Avvisano la scuola che immediatamente contatta il Dipartmento di prevenzione; fa tamponare le maestre e scrive agli altri genitori, 14 famiglie: «State a casa».

Il Dipartimento manda gli ispettori a scuola: è tutto in regola. Protocolli seguiti alla lettera. Apparentemente è tutto a posto. A casa, però, ci sono 14 famiglie che vorrebbero sapere se sono o meno positivi. Se i loro figli sono positivi.

Chiamano il Dipartimento di prevenzione per fare il tampone. La risposta è questa: “niente tampone perchè un eventuale esito negativo non è alternativo alla quaratena preventiva di 14 giorni”. Qualcuno fa notare che nel sito del Ministero è anche prevista una seconda opzione: 10 giorni di quarantena, tampone e, in caso di negatività, ritorno a scuola.

Niente da fare, a quanto pare questa opzione non è prevista in via Chiusaforte. Morale: uno dei genitori è costretto a casa con il bambino messo in isolamento e potenziale “untore”. Quel genitore a casa risulta in congedo parentale con il 50% dello stupendio. L’altro genitore va al lavoro.

Lo stesso fanno eventuali fratelli del bambino in isolamento: vanno a scuola... «Il Dipartimento, però – racconta una mamma – si è premurato di mandarci tre fogli in cui spiega come comportarsi in caso di positività! Ma io come faccio a sapere se sono positiva? E i tamponi rapidi per le scuole tanto pubblicizzati che fine hanno fatto? Il tracciamento, lo screening?» C’è chi si è rivolto a cliniche private, ma non tutti.

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