In Regione due su tre in smart working: «Non solo misura d’emergenza. Promuoviamo il lavoro agile»

L’assessore Roberti: esperienza positiva in termini di produttività, da valutare anche altri fattori Inutilizzato prima del Covid, nel lockdown ha toccato punte di 2.254 dipendenti, pari al 62% 

UDINE. Quasi 2 dipendenti su 3 in smart working, per la precisione 2.254 su una pianta organica di 3.500. Questa la punta massima del ricorso al lavoro agile tra i dipendenti della Regione Fvg, toccata il 7 aprile, nel pieno del lockdown. A mo’ di fisarmonica, l’utilizzo di questa misura è cresciuto e si è ridotto seguendo l’andamento della curva epidemica, assieme ad altri strumenti di gestione dell’emergenza come lo smaltimento delle ferie. E se a metà ottobre la percentuale era del 22%, oggi, pur in mancanza di un monitoraggio aggiornato, i numeri di smart working sono decisamente più alti. Ma per l’assessore alle Autonomie locali Pierpaolo Roberti l’esperienza è stata positiva, tanto da non essere considerata più come una semplice risposta all’emergenza.


Assessore, quindi è possibile lavorare bene anche da casa?
«Se penso alla quantità di provvedimenti legislativi sfornati quest’anno da Giunta e Consiglio e alla mole di lavoro che questi hanno comportato, è evidente che tutto questo è grazie all’impegno dei dipendenti. Insomma, è stata una bella scoperta».


Solo un paio di mesi fa, però, lei stesso auspicava un ritorno al lavoro in presenza, alla luce della crisi dei bar e delle tavole calde che gravitano attorno ai grandi uffici regionali. Ha cambiato idea?
«Se parliamo dell’impatto dello strumento sul lavoro della nostra macchina amministrativa, il giudizio è senz’altro positivo. Prima dell’emergenza pensavamo che un’organizzazione come quella attuale fosse insostenibile, dopo che ci siamo trovati catapultati in questa situazione e ci siamo resi conto non solo che era gestibile, ma anche che abbiamo mantenuto e forse anche la aumentato la produttività. Questo è perché i dipendenti sono andati a casa con dei compiti. Segno che, nonostante le difficoltà, siamo riusciti a organizzare bene la macchina. Ma c’è un però».


Quale?
«Il pubblico non può ragionare solo in termini di organizzazione del lavoro e di produttività, come fa un’azienda. Abbiamo anche altre priorità e altri doveri, che ci impongono di tenere conto degli effetti sull’indotto. Finita l’emergenza, quindi, il cambiamento dovrà essere graduale».

Tenendo conto di tutti questi fattori, crede che esista una percentuale sostenibile di smart working? In altre parole: la Regione sta iniziando a ragionare su parametri e obiettivi?
«Di sicuro non potremo tornare ai numeri “ridicoli” di prima della pandemia (16 dipendenti in telelavoro su 3.500 al 16 febbraio, ndr). Però è ancora prematuro prefissarci degli obiettivi numerici: bisognerà discuterne a livello contrattuale, ma non tanto, credo, nell’ambito della contrattazione regionale, quanto a livello di singolo ente, perché un conto è la Regione, dove gli uffici con diretto contatto al pubblico sono pochissimi, altro un comune, e soprattutto un piccolo comune, dove la maggior parte dei dipendenti eroga servizi direttamente rivolti ai cittadini e la possibilità di lavorare a casa sono oggettivamente più basse».



Anche per i Comuni, però, le attuali indicazioni nazionali fissano un parametro del 50% di ricorso allo smart working...
«Non è proprio così: l’indicazione nazionale non dice di far lavorare da casa il 50% dei dipendenti, ma il 50% di quelli che possono lavorare da casa. La Regione, anche alla luce del fatto che nelle sue grandi sedi i rischi di concentrazione e assembramento sono alti, ha spinto molto sullo strumento. Nei comuni i fattori cambiano, ed è inevitabile che le scelte siano affidate alla discrezionalità dei dirigenti. Potrà anche non piacere, ma è evidente che la percentuale di dipendenti da mettere in smart working non può essere la stessa in tutti gli enti: un conto è la Regione o un grande comune come Trieste, un altro Dogna o Ligosullo».
 

Vellutata di asparagi al latte di cocco

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi