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Caso Regeni, chiuse le indagini sull'omicidio del ricercatore friulano: indagati quattro 007 egiziani

Chiuse le indagini sul caso del ricercatore friulano morto in Egitto nel 2016. In quattro verso il processo. Le accuse: sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate

2 minuti di lettura
(ansa)

UDINE. Chiuse le indagini da parte della procura di Roma sul caso dell’omicidio Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso nel 2016 in Egitto. Indagini chiuse a due anni dall’iscrizione nel registro degli indagati degli 007 egiziani appartenenti alla National Security, avvenuta il 4 dicembre 2018. Ai quattro 007, oltre al reato di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate. Per un quinto agente è stata chiesta l’archiviazione.

A rischiare il processo sono il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il reato di sequestro di persona pluriaggravato, e nei confronti di quest’ultimo i pm ipotizzano anche il concorso in lesioni personali aggravate (essendo stato introdotto il reato di tortura solo nel luglio 2017) e il concorso in omicidio aggravato. Chiesta l’archiviazione invece per Mahmoud Najem poiché, come si spiega in una nota, non sono stati raccolti elementi sufficienti, allo stato, per sostenere l’accusa in giudizio.

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Il quadro che emerge nel 415 bis è che Regeni sia stato seviziato e torturato per giorni con particolare ferocia. Il tutto avvenuto «in più occasioni e a distanza di più giorni». Il procuratore capo Michele Prestipino e il pm Sergio Colaiocco contestano al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, oltre al reato di sequestro di persona pluriaggravato, anche il concorso in lesioni personali aggravate e in omicidio aggravato.

Scrivono i magistrati che le sevizie che poi hanno portato alla morte del ricercatore, «sono avvenute per motivi abietti e futili e abusando dei suoi poteri, con crudeltà, cagionava a Giulio Regeni lesioni» e «la perdita permanente di più organi, seviziandolo - si legge nel 415 bis - con acute sofferenze fisiche, in più occasioni ed a distanza di più giorni». Vere e proprie torture avvenute utilizzando «strumenti taglienti e roventi». Da qui, le numerose lesioni al capo, al volto, sul dorso e in diverse parti del corpo. Più ci si addentra, maggiore è la consapevolezza di quale ferocia sia stata utilizzata nei confronti di Regeni. Torturato «attraverso ripetuti urti ad opera di mezzi contundenti (calci o pugni e l'uso di strumenti personali di offesa, quali bastoni, mazze) e meccanismi di proiezione ripetuta del corpo dello stesso contro superfici rigide ed anelastiche».

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Quello che sconvolge e che emerge dalle carte è che per nove giorni Regeni è stato privato della libertà rimanendo nelle mani dei suoi sequestratori.

Tutto è partito, come scrivono i pm nel 415 bis e come riporta l’agenzia Adnkronos «a seguito della denuncia presentata, negli uffici della National security, da Said Mohamed Abdallah, rappresentante del sindacato indipendente dei venditori ambulanti del Cairo Ovest». I quattro indagati «dopo aver osservato e controllato direttamente ed indirettamente, dall’autunno 2015 alla sera del 25 gennaio 2016, Giulio Regeni abusando delle loro qualità di pubblici ufficiali egiziani, lo bloccavano all’interno della metropolitana del Cairo e - si legge nell’atto - dopo averlo condotto contro la sua volontà e al di fuori di ogni attività istituzionale, prima presso il commissariato di Dokki e successivamente presso un edificio a Lazougly, lo privavano della libertà personale per nove giorni».

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L’omicidio di Regeni, dunque, fu un atto volontario e autonomo. «Al fine di occultare la commissione dei delitti, abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano, con sevizie e crudeltà, mediante una violenta azione contusiva - si legge ancora nell’atto in cui viene contestato al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, oltre al reato di sequestro di persona pluriaggravato, anche il concorso in lesioni personali aggravate e in omicidio aggravato - esercitata sui vari distretti corporei cranico-cervico-dorsali, cagionava imponenti lesioni di natura traumatica a Giulio Regeni da cui conseguiva una insufficienza respiratoria acuta di tipo centrale che lo portava a morte». 

Negli anni delle indagini seguite all’omicidio, la procura di Roma ha raccolto elementi considerati fondamentali grazie anche a cinque testimonianze chiave raccolte, indicate dai magistrati con altrettante lettere dell'alfabeto greco: Alfa, Beta, Gamma, Delta, Epsilon. Tra loro, due decisive. Quella di un ex agente che vide Giulio bendato nella stazione di polizia di Dokki poco dopo il suo sequestro da parte di agenti della National Security la sera del 25 gennaio. E quella di un ex agente della stessa Nsa che, tra il 28 e il 29 gennaio, dopo il sequestro, vide Giulio torturato nella "stanza numero 13" di Lazoughly.

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