Ex venditore di aspirapolveri uccide pensionata: "Lui voleva i suoi soldi, ecco perché l'abbiamo condannato a 26 anni"

TRIESTE. Oltre 200 pagine, firmate dal presidente della Corte d’Assise d’appello Igor Maria Rifiorati (e dal consigliere relatore Mimma Grisafi) per spiegare perché Tiziano Castellani “al di là di ogni ragionevole dubbio” è colpevole. Sono le motivazioni della sentenza che ha confermato la pena di primo grado: 26 anni, 22 per omicidio volontario e 4 per tentata esplosione.



Il delitto e le indagini
L’ex rappresentante di aspirapolveri è accusato di aver ucciso, colpendola con un battitappeto, la 86enne Nerina Zennaro Molinari nell’abitazione dell’anziana in via Puccini e di aver cercato di far esplodere col gas l’edificio per cancellare le prove. Era il 21 gennaio 2016. Nato a Pordenone, residente per un periodo a Udine e infine trasferitosi a Trieste, Castellani ha 46 anni ed è detenuto al Coroneo. L’anziana era stata trovata morta dalla badante la mattina del 22 gennaio. Sembrava un decesso causato dal gas, ma poi le indagini della mobile coordinate dal pm Bacer avevano escluso l’incidente. I sospetti erano confluiti su Castellani, che la vittima conosceva da quando lui faceva il rappresentante.

“Arma”, lesioni e pomelli del gas
La Corte si concentra anzitutto sull’arma del delitto: risulta provato che il battitappeto si trovava abitualmente nella casa dell’anziana ed era stato utilizzato sino al martedì precedente l’omicidio. La circostanza che i frammenti trovati sotto il corpo fossero – come evidenzia la difesa – di colore verde e non anche bianco, non consente di smentire l’assunto accusatorio: «Come si nota dalle foto in atti e dal “pezzo” acquisito in dibattimento, l’accessorio era verde con la parte anteriore paraspigoli bianca. Il che rende possibile che i pochi frammenti trovati sotto al corpo fossero solo di colore verde». Quanto alle lesioni, secondo il medico legale Fulvio Costantinides c’è «piena compatibilità con l’utilizzo del battitappeto come “arma”. Non solo c’era una pluralità di fratture, ma addirittura i bordi delle fratture delle scapole erano rivolti verso l’interno, e quindi i colpi erano stati sferrati con notevole forza. Non è verosimile, come ipotizza la difesa, che il battitappeto sia stato rotto in un momento di molto antecedente l’aggressione». Il battitappeto infranto non era stato trovato: «L’ipotesi più logica e verosimile è che sia stato fatto sparire con tutti i pezzetti che sicuramente erano caduti a terra, dallo stesso omicida, per evitare che potessero essere rinvenute le impronte (così come per la medesima ragione ha ritenuto opportuno far sparire i due pomelli, tolti dai “fuochi” della cucina per consentire al gas di uscire, non trovati nell’appartamento)».

«Omicidio anomalo»
La Corte ammette che si è trattato di un «omicidio anomalo»: «La vittima era un soggetto per nulla appetibile dal punto di vista economico». L’omicida «deve essere necessariamente identificato tra una delle poche persone che frequentavano la casa, cui la donna aprì proprio in considerazione di tale conoscenza, e deve essersi trattato di un raptus, innescato forse, come ipotizzato dalla prima Corte, da un rifiuto della donna di prestargli un aiuto economico». L’omicida «è certamente un soggetto che ha dimostrato quanto meno in quell’occasione di non riuscire a reprimere i propri impulsi».

Indizi e movente
Nelle considerazioni conclusive la Corte ricorda tutti gli indizi. Il mazzo di chiavi della casa della vittima trovato nell’abitazione di Castellani. Le sue chiamate telefoniche nei giorni immediatamente precedenti all’omicidio, senza alcuna plausibile ragione. La presenza dell’imputato in zona prossima al luogo del delitto in arco temporale compatibile con l’omicidio, presenza “motivata” adducendo ragioni che non hanno trovato riscontro probatorio. Spegnimento e comunque distacco del cellulare quantomeno tra le 18.14 e le 19.55 del giorno del delitto. Dichiarazioni contraddittorie e false in sede di interrogatorio e condotta “post delictum”. E poi il movente: «In quel periodo aveva un disperato bisogno di soldi». Vengono ricordati gli oggetti trovati nella casa dell’imputato e appartenenti alla vittima, dal libricino di preghiere al bancomat oltre alla sottrazione di posate d’argento di cui si era “sbarazzato” pochi giorni dopo l’omicidio.

La battaglia legale
«Nelle motivazioni troviamo un compendio indiziario schiacciante – sottolinea l’avvocato di parte civile Paolo Codiglia, che tutela la figlia della vittima –. La Corte ha approfondito e completato gli argomenti trattati in primo grado, sgomberando il campo da ogni residuo dubbio sulla responsabilità» Ma l’avvocato di Castellani, Maurizio Paniz, ha depositato il ricorso in Cassazione e si prepara all’ultima battaglia: «Vi sono molti elementi probatori che spingono nella direzione opposta rispetto alla condanna. Quando il giudice relatore scambia il Dna con le impronte si capisce benissimo che basterebbe solo questo elemento per mettere in dubbio l’impianto della motivazione».

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