Vaccinazioni in Fvg per tutti non prima di marzo

La somministrazione del vaccino antinfluenzale

Il potenziale in regione, considerate le due dosi, è di 11 mila iniezioni settimanali. Per accelerare servono più fiale e gli operatori sanitari del bando governativo

Tutto, o quasi, è nelle mani del Governo e, in particolare, del commissario Domenico Arcuri, ma la sensazione, netta, è che prima di marzo sarà quasi impossibile avviare in Italia, e quindi anche in Friuli Venezia Giulia, un piano vaccinale che vada al di là della prima fase, attualmente riservata a operatori sanitari, sociali e ospiti delle case di riposo, che ieri in regione ha toccato quota 3 mila 160 persone che hanno ottenuto la loro prima dose.

I problemi, in fondo, sono molteplici e di non facile risoluzione. Il cronoprogramma attuale prevede che ogni settimana arrivino in Italia 450 mila dosi di vaccino Pfizer-Biontech, l’unico attualmente approvato da Ema e Aifa, e che, di questo ammontare, poco meno di 12 mila vengano destinate, come avvenuto il 30 dicembre, al Friuli Venezia Giulia. La scoperta della possibilità di vaccinare sei persone, e non cinque, con una sola fiala porta il potenziale teorico delle vaccinazioni settimanali in regione a quota 14 mila.

Una cifra, però, da cui la Regione ha deciso di non utilizzarne un 20% – con il potenziale che quindi scende attorno a 11 mila – per non rischiare che eventuali ritardi nelle consegne vanifichino l’inoculazione della prima dose visto che il vaccino di Pfizer-Biontech necessita di due iniezioni a distanza di 21 giorni. Il gruppo americano-tedesco ha attualmente assicurato al nostro Paese la consegna di 8 milioni 749 mila dosi di vaccino nel primo trimestre, 8 milioni 76 mila nel secondo e 10 milioni 95 mila nel terzo.

Nella prima fase, quella scattata con il Vax-Day del 27 dicembre, è stata data precedenza a operatori sanitari e sociosanitari, personale e ospiti delle case di riposo, cioè a quasi 2 milioni di persone. Successivamente, ma il Governo non lo ha ancora confermato ufficialmente, saranno coinvolti, presumibilmente come detto non prima di marzo, gli over 80 – in Italia sono oltre 4 milioni 400 mila persone – e la popolazione – parliamo di più di 7 milioni di cittadini – con almeno una patologia cronica. Servono più vaccini, dunque, con quello di AstraZeneca – su cui ha puntato con maggior forza il nostro Paese – in ritardo tanto che dall’Ema non si attendono un via libera prima della fine del mese.

E se è anche vero che il 6 gennaio dovrebbe arrivare l’autorizzazione comunitaria per i sieri di Moderna – con circa 6 milioni di dosi per l’Italia entro giugno – e che l’Unione europea è corsa ai ripari prenotando altre 100 milioni di dosi da Pfizer-Biontech, è chiaro che eventuali ritardi nelle consegne rallenterebbero, e non poco, il processo verso l’immunità di gregge.

Non soltanto, però, perché se la materia prima, leggasi i vaccini, è fondamentale per procedere celermente nel processo di immunizzazione, così come ci si incammina verso una decisione centralizzata sulle metodologie di prenotazione delle vaccinazioni, a livello locale le Regioni chiedono al Governo sia materiale fisico (in sintesi siringhe speciali e aghi) sia personale.

Ogni team di immunizzazione deve essere infatti composto da almeno un medico e cinque vaccinatori (infermieri o altri medici). Nei cinque punti prestabiliti dalla Regione – Trieste, Udine, Pordenone, Tolmezzo e Monfalcone – operano ogni giorno una o due squadre e, pertanto, tra i 40 e i gli 80 operatori complessivamente. Se si vuole aumentare la quantità di vaccinazioni giornaliera, dunque, serve più personale e, per non distrarlo dalle attività mediche cui è normalmente destinato, le Regioni, tra cui la nostra, attendono l’invio di “rinforzi” da Roma. Arcuri ha bandito il concorso apposito qualche settimana fa. La speranza, in questo momento, è che venga portato a termine nel minor tempo possibile.

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