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Chi era Edda Agarinis, la maestrina carnica che ha ispirato ogni pagina e ogni romanzo di Carlo Sgorlon

UDINE. Dietro ogni pagina, ogni romanzo di Carlo Sgorlon c'era lei, Edda Agarinis, la maestrina di origine carnica che andava a scuola con la Lambretta e che lo scrittore sposò nel 1961, essendoci tra loro un legame intenso e sotterraneo, capace di unire fantasie e sentimenti con forza indistruttibile. Di tutto ciò Sgorlon diede una narrazione poetica quando scrisse la sua autobiografia intitolandola “La penna d'oro”.

Ne uscì il ritratto di una donna “incline alle cose magiche, attratta dai miti, dagli archetipi, dalle leggende, avendo una mentalità arcaica e tendendo a dare a ogni cosa spiegazioni favolose e improbabili, tipiche di una cultura ancestrale”.

Edda insomma aveva saputo capire quel ragazzo colto, intelligente e chiuso nei propri pensieri che, in sede di autoanalisi, ammise: “Per me vivere da giovane era più difficile che per gli altri, perché ero un potenziale scrittore, nato più per osservare e raccontare la vita che per aderirvi con immediatezza”. Il tempio di questo binomio perfetto, in sintonia pertanto con l'impegno assoluto di lui, era l'appartamento udinese in via Micesio dove ogni spazio, ogni angolo parlava di questa doppia esistenza dedicata alla letteratura. In un'intervista apparsa sul Messaggero Veneto nel 2019, Edda spiegò come tutto si svolgeva: “Il silenzio era il segnale che nella mente di Carlo stava prendendo forma una storia. Ogni tanto buttava giù appunti sui foglietti (che usava da ogni lato per non sprecare carta, perché fu un ecologista ante litteram) e poi, quando era giunto il momento, scriveva quasi di getto con la penna, senza rileggere o correggere, ordinando i fogli sul letto matrimoniale...”.

A quel punto entrava in scena lei, che ribatteva a macchina i testi, in un lavoro soprattutto notturno. E così per giorni, mesi, anni, vivendo il periodo d'oro di Sgorlon, a cominciare da metà anni Settanta quando fioccarono premi come lo Strega, il doppio Campiello, il Flaiano, l'Hemingway.

Un rapporto che nemmeno la morte di Carlo, nel Natale del 2009, interruppe perché Edda ha continuato a ordinare i dattiloscritti, molti inediti, sistemandoli con ordine sui divani e sui tavoli, accanto a quelli, conservati con analogo affetto, di Pietro Mattioni, il nonno di Carlo, un maestro elementare pieno di talento e creatività, che aveva trasmesso passioni ed estro al nipote.

“Grazie a lui - svelò lo scrittore - cominciai a tenere in mano le matite colorate, di marca Giotto, e a tracciare disegni. Ero abile nel copiare le forme e le figure di affreschi e quadri altrui”. Quest'attitudine alla pittura imitativa lo accompagnò sempre, al punto di donare a Edda capolavori celebri copiati da lui per lei. Quadri appesi nell'appartamento di via Micesio, un nido per due protagonisti in serena simbiosi.

Carlo raccontò così gli inizi di questa storia coniugale: “Dopo il matrimonio per tre anni vissi nella casa di mia moglie, dove c'era abbondanza di stanze. Feci insomma il 'cuculo', che in Friuli è considerato una condizione un po' umiliante e restrittiva, come una rinuncia all'autorità in famiglia. A me invece, eterno sovvertitore dei luoghi comuni, piaceva vivere con la suocera... Poi ci fu possibile realizzare il progetto di una casa nostra, che dava su una strada della vecchia Udine, affiancata da una roggia e da un'antica fabbrica di birra”.

Lì, dopo la morte di Carlo, la signora Edda riceveva chi aveva qualche proposta da fare per pubblicare uno dei 40 romanzi di Sgorlon, imbattendosi in una custode rigorosa e arcigna, nel timore che le intenzioni non fossero all'altezza. Sognava infatti una riscoperta ampia e appassionata dei libri del marito, quasi una rivincita, facendo così proprio l'angoscioso interrogativo che aveva accompagnato gli ultimi anni dello scrittore, e cioè (nonostante premi e vasta bibliografia) di non essere stato capito per davvero, in particolare dai friulani.

Tra le carte gelosamente conservate, c'erano anche i carteggi. Un paio di anni fa, in una serata estiva a Codroipo, Edda tirò fuori una bellissima lettera spedita a Carlo da Biagio Marin per suggerirgli un romanzo sul suo difficile rapporto con Pasolini. Il romanzo venne scritto, ma è rimasto tra le carte inesplorate. Come se Edda avesse voluto portarlo via con sé.

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