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Dalle grandi fabbriche ai capitani coraggiosi: addio “piccola Manchester”

Zanussi, Rex, Savio e Ideal Standard furono figlie di grandi imprenditori. Oggi resistono alcuni Gruppi, l’artigianato e le eccellenze di settore 

C’era una volta Pordenone, la piccola Manchester del Friuli Venezia Giulia. Era l’11 maggio 1970 quando ho iniziato a lavorare alla Rex di Porcia che allora occupava 12 mila persone, una sorta di Fiat del Nordest. Quanti altri prima e dopo di me, in fuga dalle campagne o usciti da istituti professionali e tecnici, entravano a lavorare alla Rex, alla Savio di Pordenone o alla Ceramica Scala.

I cosiddetti “metalmezzadri” delle più grandi fabbriche della provincia. In passato solo i cotonifici avevano registrato un flusso migratorio così massiccio.

Tanta acqua è passata sotto i ponti e nessuno avrebbe mai immaginato trasformazioni radicali di gruppi storici del nostro territorio.

In Zanussi la tragica scomparsa di “sior Lino” aveva indotto la famiglia ad affidare la gestione dell’azienda al ragionier Mazza che, dopo gli impulsi iniziali di crescita (acquisizioni e leadership del “bianco” a livello nazionale e diversificazione produttiva senza bussola) determinò una crescente esposizione finanziaria che la portarono sull’orlo del fallimento.

A Mazza subentrò Cuttica prima e Gianfranco Zoppas dopo, nel tentativo di arginare il declino. Manovre che non sortirono il risultato più atteso, tanto che negli anni Ottanta il Gruppo venne rilevato dalla piccola, ma finanziariamente solida, Electrolux della famiglia Wallemberg.

L’arrivo di Rossignolo e di Verri portò all’adozione di un piano di ristrutturazione e rilancio che manteneva i centri decisionali in Italia, vedeva nascere un modello di relazioni sindacali partecipativo e la concentrazione degli asset sul core business del “bianco” e del Professional, e le dismissioni di alcune attività no-core.

Prima ancora la Zanussi Elettronica, attraverso la legge 63 del 1982, con l’intervento della Rel, aveva costituito la Seleco spa con l’obiettivo di riorganizzare e rilanciare il settore del “bruno”. Un’impresa in cui Gianmario Rossignolo aveva peraltro molto creduto. Purtroppo la storia è nota, del knowhow della Seleco oggi ci resta solo Sim 2, peraltro con stabilimento in un’altra provincia.

Dell’ex Gruppo Zanussi nel Pordenonese è rimasto lo stabilimento della ex Rex di Porcia, con la produzione di lavabiancheria, il centro di ricerca e sviluppo di rilievo europeo, ed è nata la Innovaction factory.

Il Professional resta a Vallenoncello (da quasi un anno come società autonoma, ma sempre controllata da Electrolux), dove sono state concentrate le produzioni dell’intera gamma.

Dei rimanenti stabilimenti, la Zanussi metallurgica di Maniago, dopo un periodo in cui è stata gestita dal fondo americano Vestar Capital, è passata al Gruppo Cividale dell’ingegner Valduga; la Sole in Comina è finita nelle mani dei giapponesi della Nidec, di nuovo parte di un gruppo leader nella componentistica guidato da Walter Taranzano (che con Rossignolo e la nascita di Acc aveva tentato di costituire in Italia un nuovo polo della componentistica rilevando parte degli stabilimenti Ecc proprio da Electrolux) nel ruolo di ceo.

La Savio Macchine Tessili spa iniziò a vacillare negli anni Settanta con la crisi del mercato di riferimento e, di riflesso, iniziò a soffrire anche dal punto di vista finanziario: questa situazione portò l’azienda nell’orbita delle partecipazioni statali con la venuta dell’Eni. Da allora si iniziò a parlare di riorganizzazione del meccanotessile a livello nazionale con la Savio come capofila.

I risultati di queste politiche industriali di settore non produssero i risultati attesi, anche per le resistenze dei vari produttori nazionali e la forte concorrenza internazionale. Al termine di questa stagione l’Eni inserì la Savio nella Nuova Pignone di Firenze, che portò a Pordenone la produzione di caldaie a gas che, al momento della vendita al fondo di investimento della Bain Cuneo, furono cedute alla Biasi di Verona. Per la fabbrica meccanotessile i passaggi di mano si susseguirono con il trasferimento al Gruppo Radici, quindi al fondo Alpha e ora al gruppo industriale Belga Vandewiele.

Nel mentre l’operazione del Gruppo Zanussi in Electrolux a distanza di oltre 30 anni ha visto, nella famiglia Wallemberg, una stabilità societaria che ha consentito di proseguire con continuità le politiche di investimento e di innovazione che hanno consolidato i siti produttivi in provincia, per la Savio il percorso è stato accidentato, tra un passaggio di proprietà all’altro, tra speculazioni finanziarie e opportunità produttive, che speriamo abbiano trovato nell’ingresso del gruppo belga un assetto stabile, soprattutto perché inserito in una logica industriale.

Che dire poi delle vicende del ceramico-sanitario in provincia di Pordenone? Nel libro “Ideal Standard, lotte e speranze di una fabbrica del Friuli occidentale”, a cura di Franco Rizzo e Arturo Pellizzon, si ripercorre la storia di «una comunità di fabbrica, espressione di un territorio». Con la chiusura dello stabilimento di Orcenico si relega definitivamente alla storia un intero comparto (dalla Galvani alla Scala).

Rex, Savio, Ceramica Scala sono state l’espressione di una capacità imprenditoriale di un territorio e hanno contrassegnato le relazioni sindacali e sociali con accordi storici e vertenze sindacali che hanno coinvolto migliaia di lavoratori e che ora ne mantengono il ricordo che ci viene tramandato dai Gruppi anziani (Zanussi, Savio e Ideal Standard), emblema della vita vissuta e partecipata di queste importanti aziende di cui sono stati protagonisti.

Rispetto al passato, l’economia del territorio è profondamente mutata, come del resto quella del Paese. Le “grandi” fabbriche si contano sulle dita di una mano, nel settore della meccanica come in quello del legno-arredo. Anche le “grandi” famiglie sono scomparse e, insieme a loro, l’influenza benefica sulle scelte di politica industriale e sulla capacità del territorio di esprimere “peso” rispetto a chi governa, a Trieste come a Roma. Un “difetto” che Udine, invece, non ha. Resta il merito di coraggiosi imprenditori che, nonostante tutto, continuano ad investire. Alcuni nomi fra tutti: Roncadin, Cimolai, Palazzetti, Pontarolo, Maccan, Piovesana, Rosa. Non dimenticando i “piccoli” dell’artigianato che esportano, anche sui mercati mondiali, le eccellenze produttive del territorio, dal mosaico alle coltellerie, dal tessile al legno.

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