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Fidanzati uccisi, ricorso inammissibile: ergastolo definitivo per Giosuè Ruotolo

Il caso di Trifone e Teresa aveva scosso l’Italia. I familiari delle vittime commossi e sollevati: «Grandissima emozione»

PORDENONE. Con il sigillo della Cassazione, la condanna all’ergastolo per duplice omicidio di Giosuè Ruotolo, 31 anni, ex militare che sognava di entrare nella guardia di finanza, è diventata definitiva. Mercoledì 13 gennaio, poco dopo le 17, la Suprema corte ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa di Ruotolo, come aveva chiesto il procuratore generale Loy, dopo quattro ore di camera di consiglio e tre dedicate alla discussione del caso in aula.

«Ci sono tre grandi motivi di speranza per un imputato. Le sentenze di primo grado, d’appello e la Cassazione», aveva detto l’avvocato Giuseppe Esposito dopo la sentenza della Corte d’assise di Udine. L’ultima speranza si è spenta ieri sera a Roma per Giosuè, in trepidante attesa dell’esito nel carcere di Belluno. A causa della pandemia non ha potuto assistere all’ultimo atto del suo processo.


Abbracci e commozione, in aula a Roma, invece, fra i familiari delle vittime. Teresa Costanza, 30 anni, broker assicurativa e Trifone Ragone, 28 anni, caporal maggiore dei carristi, furono giustiziati con sei colpi di pistola all’uscita dalla palestra di pesistica di via Interna a Pordenone il 17 marzo 2015.

All’ultimo atto del processo c’erano i genitori di Trifone Ragone, Eleonora e Francesco, i suoi fratelli Giuseppe e Gianni, il papà di Teresa, Rosario Costanza, con i figli Calogero e Sergio, fratelli di Teresa, gli avvocati di parte civile Serena Gasperini, Nicodemo Gentile, Daniele Fabrizi e Giacomo Triolo. Per la difesa gli avvocati Roberto Rigoni Stern, Giuseppe Esposito e Franco Carlo Coppi.



«È un’emozione grandissima, un sollievo, ci siamo commossi – ha commentato papà Rosario –. La difesa non ha avuto argomenti nuovi, gli inquirenti sono stati bravi: i pm, il procuratore, tutti i carabinieri, il comandante Grosseto... Sono stati giusti e corretti, hanno rispettato anche la controparte. La verità trionfa, dove c’è: qui ha trionfato e ha confermato il lavoro degli inquirenti. Purtroppo da un lato abbiamo avuto conferma che l’assassino c’è ed è lui, ma mia figlia non tornerà mai più. È una condanna a vita per noi».

«Prendiamo atto della decisione – ha commentato l’avvocato Roberto Rigoni Stern –. Ora Giosuè Ruotolo dovrà ripensare al suo futuro in questo lungo periodo di detenzione carceraria che dovrà espiare. Non si parla più di strategie processuali: tutto lo scibile che poteva essere messo in campo è stato messo. Siamo di fronte a un processo indiziario e a un imputato che si è sempre dichiarato innocente. L’indagato per esclusione Ruotolo è diventato alla fine il colpevole per la giustizia italiana nonostante non sussista una prova certa della sua colpevolezza».

Un’esecuzione a sangue freddo, premeditata, sulla quale sono riusciti a fare luce la procura di Pordenone, con i pm Pier Umberto Vallerin e Matteo Campagnaro, e i carabinieri del nucleo investigativo provinciale di Pordenone, coordinati prima dal capitano Mauro Maronese e poi da Pier Luigi Grosseto, oggi tenente colonnello.

Dopo aver scandagliato a 360 gradi ogni pista, l’attenzione degli inquirenti si era concentrata su uno degli ex coinquilini e commilitone di Trifone, Giosuè Ruotolo: aveva fornito un falso alibi per la sera dell’omicidio, sostenendo di aver giocato a un gioco online, ma la sua auto, una Audi A3 grigia, era stata immortalata all’andata e al ritorno in via Interna dalle telecamere. Dal riflesso della freccia di direzione in una pozzanghera, colta da uno degli investigatori in un frame, i carabinieri avevano intuito che l’Audi A3 si era fermata nei pressi del parco di San Valentino, dove era stata ripescata l’arma del delitto, nel settembre 2015.

Ruotolo aveva ammesso di essersi fermato nel parcheggio del palasport, ma di non aver sentito gli spari, e di essere andato al parco, a suo dire per correre. La perizia dell’accusa, affidata agli ingegneri Giuseppe Monfreda e Paolo Reale, aveva collocato invece Ruotolo sul luogo e all’ora del delitto incrociando i dati di telecamere, simulazione e testimonianze, come quella del runner che aveva sentito gli spari ed era stato inquadrato dalla stessa telecamera 22 secondi dopo l’Audi di Rutolo. In quel parcheggio era rimasto mezz’ora, in base ai dati delle telecamere, senza fornire alla sua presenza alcuna giustificazione, aveva puntualizzato la Corte d’assise d’appello di Trieste nel confermare la condanna.

Al processo a Udine, invece, Ruotolo aveva ammesso di aver scritto i messaggi molesti alla fidanzata di Trifone, ma aveva sostenuto di averli ideati con i coinquilini. Per i giudici d’appello il timore di una denuncia che avrebbe distrutto la sua carriera si è innestato su un sentimento preesistente in cui la rabbia si è trasformata in «odio e vera e propria sete di vendetta».




 

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