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Monestier direttore di Messaggero Veneto e Piccolo. Un impegno rinnovato per il Friuli

Il direttore del Messaggero veneto Omar Monestier assume anche l'incarico di direttore de Il Piccolo

Cari lettori, da oggi il direttore del Messaggero Veneto Omar Monestier assume anche la direzione del Piccolo di Trieste.

Un traguardo importante per lui e per tutti noi. Siamo certi che saprà mettere a frutto il meglio dell’esperienza e della tradizione di queste due testate, garantendone indipendenza e qualità, continuando a cogliere le nuove frontiere del digitale come fin qui fatto. Paolo Mosanghini, già Vice-Direttore, viene contestualmente nominato Condirettore, quale segnale dell’ottimo lavoro svolto fin qui, ma soprattutto perché valorizzi la tradizione ed i punti di forza del Messaggero Veneto in questa nuova organizzazione. Ai direttori gli auguri di buon lavoro.(L’Editore)

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Un principio di trasparenza e lealtà mi impone di condividere con i lettori del Messaggero Veneto la scelta dell’Editore, che ringrazio per la fiducia accordatami, di intraprendere in contemporanea anche la direzione del Piccolo di Trieste. Ciò mi consente di offrire qualche riflessione su quel che stiamo facendo in Friuli e di ribadire le priorità di questo giornale.

Oltre a quelle ben note, intendo, che sono quel corpus valoriale che trae sostegno dall’esperienza devastante del terremoto e della ricostruzione, soprattutto. Ma che non dimentica neppure ragioni più lontane che in quel maggio del 1946 fecero sorgere dalle macerie dell’informazione regionale una testata che, per non offrire il fianco a equivoci, volle definirsi Veneto nella testata per sugellare il richiamo all’Italia da un lato e la vicinanza alla Venezia Giulia dall’altro.

Col desiderio, questo sì manifesto, di tenere saldamente ancorato all’Occidente questo lembo di Nazione in risposta allo spostamento di confini che i governanti titini baluginavano ben oltre l’Isonzo e perfino oltre il Tagliamento.

Parlare di queste nostre origini pare volgersi a un tempo così lontano da definirsi ormai Storia. Non ne sono sicuro. Basta leggere le lettere che decine di lettori ogni settimana inviano al Messaggero Veneto da Udine, Pordenone, Tolmezzo, Cividale, Sacile e da ogni più piccolo centro urbano sui temi politici connessi alle pulsioni contrastanti del Dopoguerra per comprendere come certi ricordi, qui, siano ancora vividi.

Oggi le nostre forze sono impegnate a raccontare quella sorta di seconda ricostruzione che l’industrializzazione massiva e una veloce digitalizzazione stanno, con intensità differenti nelle varie aree, trasformando di nuovo il Friuli.

Le province di Udine e di Pordenone sono i luoghi nei quali la manifattura sta compiendo gli sforzi maggiori per mantenere il passo con i concorrenti italiani e soprattutto stranieri, dato che qui si vive prevalentemente di export. Molti dei processi cominciati ben prima della pandemia hanno ripreso vigore dopo lo stallo iniziale. I colossi non sono rimasti fermi e questo ha impedito che il nostro sistema, pur in grave sofferenza, non collassasse.

Io credo che la funzione del Messaggero Veneto debba essere prepotentemente questa: capire e raccontare questa transizione sciogliendo le complicate diffidenze che tengono disuniti i territori. Non sono fra coloro che hanno pianto per la scomparsa delle Province. Anzi. Credo che la loro funzione di enti intermedi elettivi e fortemente politicizzati fosse un torto all’integrità del Friuli.

Ne comprendo il valore iniziale, soprattutto per Pordenone che volle la scissione perché veniva trattata come povera cosa dagli udinesi. Quel tempo è finito, è necessario ragionare assieme. Ben vengano ridotti enti intermedi di collegamento fra Regione e Comuni, non la selva di Comunità di montagna sulla cui utilità continuo a nutrire dubbi.

Se la Regione ha pasticciato con una riforma degli enti locali che ha come solo obiettivo la cancellazione di tutto quel che ha generato la giunta precedente è anche colpa del Friuli. Troppo smanioso di smantellare il passato, senza avere una idea coerente e nobile del presente e del futuro. Ai cittadini, di tutto questo rincorrersi di riforme compulsive, non viene nulla.

Né migliori servizi, né identità, la parola magica usata per metterci nel sacco.
Il 2020 è stato un anno difficile. Dal dolore sono emerse però nuove o rinnovate relazioni, come quelle fra il Messaggero Veneto e i lettori. Ci siamo supportati l’un l’altro nel tentativo di trovare risposte dentro la pandemia, durante l’impressionante conta delle vittime, accompagnati dalla disperazione dei malati. Siamo stati accusati, per questo, di far parte della dittatura sanitaria che ammorberebbe la nostra libertà. Non me ne curo. Non hanno idea di cosa sia una dittatura e auguro loro di non sperimentarla mai.

Nella confusione generata dal cambiamento di regole e stili di vita, nel susseguirsi di Dpcm, il giornalismo ha ritrovato la sua funzione primigenia: saper essere utile, semplice ma non mediocre. I lettori se ne sono accorti, come è comprovato da un ritrovato vigore di contatti sul sito e in edicola. La nostra intenzione è dunque tracciata: costituire una alternativa agli odiatori, ai diffusori di bugie e di informazioni non vere ma costruite per apparire verosimili. Per farlo avrò a disposizione due redazioni eccellenti, a Udine e Pordenone, e una rete di collaboratori e fotografi preziosissimi. Al mio fianco Paolo Mosanghini, firma e volto caro ai friulani, che assume l’incarico di condirettore.

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

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