Il primario si dimette e contesta le politiche sanitarie: «Si è fatto di conto anzichè prepararsi alla seconda ondata»

Parla il dottor Spaziante, ex direttoredel reparto di medicina nucleare e del dipartimento di medicina dei servizi: «Lavori in ritardo a pneumologia, tamponi a Trieste. Potevo restare altri due anni, ho scelto di dimettermi»

Pubblichiamo le riflessioni di Roberto Spaziante,  primario del reparto di medicina nucleare e del dipartimento di medicina dei servizi fino allo scorso dicembre. Il dottor Spaziante si è dimesso dall'incarico e spiega i motivi che l'hanno spinto a tale decisione.

* * *

Innanzitutto una precisazione: pur potendo restare altri due anni, mi sono dimesso dall’incarico di direttore del Dipartimento di medicina dei servizi. L’ho fatto per richiamare l’attenzione sulla situazione sanitaria della nostra provincia e sull’evoluzione verificatasi in questo ultimo periodo.

La salute è un bene comune e, proprio perché interessa tutti, non può e non deve essere terreno di scontro politico.

Interpretare ogni cosa come manovra politica non consente di creare quel serio dibattito che invece è necessario per affrontare in maniera adeguata i problemi, che proprio in virtù della loro complessità per essere affrontati necessitano del contributo di tutti, senza esclusione.

In una situazione estremamente preoccupante come quella attuale si chiede a tutte le forze della sanità pubblica la disponibilità ad essere utilizzate, anche andando oltre le normali disponibilità. Quest’impegno straordinario è necessario per tentare di assicurare a tutti salute e guarigione. La risposta degli operatori è stata ed è molto positiva.



È evidente che gli operatori sanitari, qualsiasi sia la loro funzione, non possono essere buoni per un impegno straordinario ma non per fornire un contributo di idee, conoscenze, esperienze e relazioni.

Certo: nessuno ha la ricetta perfetta, ma di sicuro non è arroccandosi e isolandosi che si trova la soluzione migliore.

La pandemia ha colpito e colpisce in maniera drammatica ma proprio per la sua complessità è indispensabile cercare di mettere insieme tutte le risorse a disposizione. In questo senso la totale assenza di condivisione/ informazioni messa in atto dalla direzione aziendale, com’è stato già ben evidenziato nel documento delle organizzazioni sindacali della dirigenza, costituisce un esempio negativo.

Sarebbe certamente ingeneroso attribuire all’attuale direzione aziendale tutte le criticità esplose in questo periodo, ma se si pratica un totale isolamento e si cerca in ogni occasione lo scontro, di sicuro la situazione non è destinata a migliorare.



Quando nel luglio 2020 le sigle sindacali sono state costrette a proclamare il primo sciopero generale esclusivamente provinciale per l’assenza di risposte da parte della direzione, era presente e ben chiaro a tutti noi che, superata la prima fase della pandemia, era indispensabile uno sforzo imponente, anche superando i vincoli di bilancio, per cercare di arrivare in condizioni migliori alla sicura ripresa dei contagi.

Anche in quella occasione si è tergiversato, attenendosi in maniera formale al rispetto del dato economico, perdendo mesi importanti per alzare le difese. A febbraio siamo entrati nella pandemia con il personale (comparto e medico) già in grave carenza: a dicembre 2019 il numero di medici in servizio era infatti di 539 contro i 599 necessari semplicemente a far funzionare i servizi in condizioni normali.

Ovviamente con l’avanzare dell’epidemia, in assenza di adeguate politiche di assunzioni e complice anche l’elevato numero di dipendenti ammalati, la situazione si è fatta ancora più critica.

D’altra parte se il direttore del Dipartimento di prevenzione dell’AsFo ha dichiarato in una recente intervista di aver integrato il proprio dipartimento con l’arrivo di personale dalla protezione civile e esercito solamente il 30 novembre, è evidente la mancanza di una strategia adeguata.


Questa grave situazione critica è confermata anche dall’analisi del documento preparato dalla direzione nel settembre, che si presenta estremamente sintetico, specie se paragonato a quelli ben più corposi delle altre aziende regionali.

Mi chiedo come sia possibile che ancora in questo momento, con temperature spesso inferiori allo zero, al pronto soccorso sia prevista una tenda con termosifone e non si sia pensata e predisposta una struttura più adeguata, com’è stato suggerito più volte?

Perché i lavori per adeguare il fondamentale reparto di pneumologia sono iniziati a fine novembre, in piena ripresa pandemica?

E com’è possibile che ancora nel gennaio 2021, per carenza sia di personale che di tecnologie, si chieda di poter inviare una quota di tamponi al laboratorio di Trieste, non essendo in grado la microbiologia di Pordenone, pur lavorando allo stremo delle proprie possibilità, di effettuare tutte le indagini?

Anche queste situazioni sono responsabilità del passato o forse è lecito domandarsi se si siano messe in campo tutte le azioni possibili per garantire sicurezza ai nostri territori?

Di fronte a questo scenario, come detto, le organizzazioni sindacali della dirigenza si sono trovate costrette a richiedere un incontro a dicembre evidenziando un anno di totale assenza di informazioni sia sulla gestione dell’emergenza sia per la normale attività , richiedendo l’avvio di un nuovo modello organizzativo ritenendo totalmente insufficiente la gestione sin qui messa in opera. Anche di fronte a queste osservazioni le risposte sono state interlocutorie, non adeguate alla situazione. Abbiamo dato, come dirigenti, un giudizio complessivamente negativo.

Cosa può pensare della gestione aziendale un paziente che entrando in ospedale si trova di fronte a un mega striscione in cui vengono chieste le dimissioni del direttore generale? Credo che questo sia un aspetto che dovrebbe richiamare un minimo di attenzione anche da parte di tutta la politica comunale. Ribadisco: la sanità non è proprietà di un partito o di un esponente, ma ci riguarda tutti e come tale dovrebbe essere affrontata.

Vorrei fare, infine, un discorso sul futuro. Non è stato predisposto il piano aziendale, o quantomeno ci è sconosciuto. Anche sul modello organizzativo del nuovo ospedale tutto tace.

La pandemia ci ha messo di fronte a un nuovo scenario e sarebbe opportuno valutare, a partire dal coinvolgendo gli eccellenti infettivologi aziendali, le possibilità di adeguare il nuovo ospedale in previsione di nuove emergenze.

Se non si terrà conto della lezione che la pandemia ci ha impartito, rischiamo di trovarci con un ospedale assolutamente inadeguato nel caso di comparsa di una nuova infezione (evento purtroppo più che probabile).

Questi sono temi centrali che devono essere strategicamente affrontati adesso e che richiedono scelte non rimandabili. In tal senso è essenziale che il dibattito sul futuro ospedale venga portato al centro del dibattito politico e che tutti i candidati sindaci esprimano in maniera inequivocabile il loro pensiero relativamente a scelte che riguardano la collettività per il prossimo decennio. Il momento impone chiarezza e tutti noi abbiamo il diritto di conoscere in modo definitivo quale idea di sanità si intende portare avanti. Non è più tempo di vaghe promesse, ma di progetti dettagliati e soprattutto di ristabilire un rapporto corretto e costruttivo tra chi gestisce la sanità, gli operatori e i cittadini, a partire dall’ascolto e dalla conoscenza delle necessità presenti in provincia, piuttosto che sottoscrivere indicazioni provenienti da sedi extra provinciali non sempre in linea con i bisogni della nostra popolazione.

In questo senso sarebbe auspicabile un ruolo incisivo delle amministrazioni comunali per quanto attiene alle politiche epidemiologiche e sanitarie, riequilibrando l’esclusiva competenza regionale su scelte che dovrebbero garantire che i livelli di assistenza siano omogenei e identici in tutti i territori della regione, cosa che non è. La Costituzione e le leggi garantiscono che il diritto alla salute è indipendente dal proprio domicilio.

Pancake di ceci con robiola e rucola

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi