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È morto Cicigoi, reduce di Grecia e Russia: un mese fa aveva compiuto 101 anni, poi era risultato positivo al Covid

Fu sindaco di Drenchia e raccontava ancora le sofferenze vissute da alpino

CIVIDALE

La sua ultima battaglia è stata contro il Covid, che alla fine, purtroppo, ha avuto il sopravvento su un fisico provato dall’età. È morto ieri, a 101 anni – traguardo tagliato lo scorso 11 dicembre –, il reduce Umberto Cicigoi, miracolosamente scampato sia alla rovinosa campagna di Grecia e Albania sia all’inferno di Russia, dove l’allora giovanissimo alpino perse la maggior parte dei suoi commilitoni. Con lui se ne va uno degli ormai pochissimi custodi delle drammatiche memorie belliche, che Cicigoi, estremamente lucido a dispetto del compleanno a tre cifre, conservava con nitidezza e che ha saputo trasmettere alle penne nere, perché un importante patrimonio di testimonianze dirette non andasse disperso. Anche per tale motivo nel dicembre del 2019 – su suggerimento della sezione cividalese dell’Ana – l’amministrazione comunale aveva voluto dedicare al “veterano” un momento solenne in sala consiliare, per celebrare il raggiungimento del secolo: nell’occasione era stato lo stesso reduce a raccontare ai presenti, con il suo consueto piglio, i passaggi salienti delle due terribili esperienze di guerra cui era riuscito a sopravvivere.


Dalla Russia era tornato per miracolo, o meglio, grazie al suo istinto, che lo aveva spinto a separarsi dalla truppa, e alla resistenza fisica: aveva percorso nel gelo della steppa addirittura mille chilometri, prima di raggiungere la salvezza. Già sindaco di Drenchia, poi trasferitosi a Moimacco e infine nella città ducale, al momento della chiamata alle armi il reduce era inserito nella 14ª batteria del Gruppo Conegliano del 3º Reggimento artiglieria alpina, Divisione alpina Julia. Partecipò all’intero ciclo di operazioni belliche sul fronte greco-albanese, combattendo alla linea pezzi (cioè all’artiglieria) come addetto a un obice. Nell’estate del 1942, poi, la partenza per la Russia: il suo reparto fu schierato a ridosso del Don fino alla metà di dicembre, in seguito nella steppa, per controbattere l’offensiva avversaria. Per un mese, con temperature a –40 gradi, la batteria cui Cicigoi apparteneva contribuì a frenare l’avanzata sovietica. Non esistevano strutture per ripararsi, solo delle fatiscenti tende, in cui i soldati trascorrevano le notti uno addossato all’altro nel disperato tentativo di scaldarsi. Fra il 19 e il 20 gennaio del 1943 il reparto venne completamente distrutto: Cicigoi evitò fortunosamente l’accerchiamento e il 22 gennaio, con pochi commilitoni, riuscì a scappare mentre i superstiti venivano fatti prigionieri. Iniziò così una disperata peregrinazione alla cieca nella steppa gelata: fortuna volle che l’alpino intercettasse, alla fine, la colonna principale della Divisione Tridentina, cui si unì, trovando la salvezza. Ciononostante, a chi gli chiedeva quale delle due campagne ricordasse con più dolore rispondeva senza indugio «quella di Grecia e Albania»: «Sette mesi – rievocava – di indicibili sofferenze».

Ampio il cordoglio, commossi i ricordi: alle parole del sindaco di Cividale, Daniela Bernardi, si uniscono quelle dell’Ana locale, per voce del presidente Antonio Ruocco, dell’intera Brigata Julia e dei colleghi artiglieri del Gruppo Conegliano della caserma Lesa di Remanzacco. I funerali dell’alpino, che era vedovo e non lascia figli, saranno celebrati martedì 19 gennaio alle 15 nella chiesa di Moimacco. —



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