Covid, cosa dicono i dati del monitoraggio Gimbe: il Friuli ancora nel quadrante peggiore, gli ospedali sono sotto pressione

UDINE. Se da una parte cala sensibilmente l'indice di contagio Rt (che scende a 0,88), dall'altra resta critica la situazione negli ospedali del Friuli Venezia Giulia. Ad attestarlo è il monitoraggio settimanale della Fondazione Gimbe che ha mostrato i numeri della settimana che va dal 13 al 19 gennaio. 

La prima cosa che evidenziano i ricercatori è una riduzione dei nuovi casi e una lieve flessione dei decessi, anche se i numeri dei ricoveri negli ospedali e nelle terapie intensive fotografano una situazione che rimane critica in molte Regioni. In un quadro di questo tipo, ancora precario, i ritardi nelle consegne del vaccino Pfizer costringono le Regioni a rallentare la corsa.

I contagi. Sono aumentati del 7,2% i casi di coronavirus in Friuli Venezia Giulia nella settimana che va dal 13 al 19 gennaio. Un incremento inferiore rispetto alla settimana precedente (+9,5%), ma superiore alla media nazionale (+4,2%). I casi positivi in regione, nel periodo di riferimento, sono 1.036 per 100 mila abitanti, contro i 1.063 della settimana precedente. Il Friuli Venezia Giulia resta tra le regioni peggiori per il rapporto positivi su casi/testati. In Italia il tasso si attesta sul 29,5 per cento mentre in regione supera il 43%. Maglia nera al Veneto che registra il 63,9%, seguito dalle due provincie autonome di Trento e Bolzano e l'Emilia Romagna (44,4%). 

Situazione negli ospedali. Ancora critica la situazione negli ospedali friulani. La regione è seconda in Italia per posti letto in Area medica occupati da pazienti Covid19 (53% su una soglia limite del 40%), terza per Terapia Intensiva (39% su 30%)

Il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta, commenta: "Dopo due settimane di lenta risalita di tutte le curve che riflettevano gli allentamenti pre-natalizi, si osserva una riduzione dei nuovi casi grazie agli effetti del decreto Natale, che nei primi giorni ha colorato di rosso l'intero Paese". Per quanto riguarda i tamponi effettuati non vengono segnalate variazioni: si deve tenere conto che dal 15 gennaio il bollettino del ministero della Salute include anche i tamponi antigenici rapidi. In questo contesto il crollo del rapporto tra positivi e persone testate è difficile da interpretare e ancor più da confrontare con i dati della settimana precedente, dove rientravano nei calcoli solo i tamponi molecolari.

I numeri in Italia. Nella settimana 13-19 gennaio, sono diminuiti i nuovi casi (97.335 contro 121.644 della precedente rilevazione) a fronte di un significativo (e «anomalo») calo del rapporto positivi/casi testati (19,8% contro 29,5%) dovuto al nuovo metodo di conteggio che include anche i tamponi rapidi.

«Dal 15 gennaio il bollettino del Ministero della Salute include anche i tamponi antigenici rapidi. In tal senso, il crollo del rapporto positivi/persone testate è di difficile interpretazione e non confrontabile con la settimana precedente, dove il calcolo era effettuato solo sui tamponi molecolari». In leggera diminuzione i casi attualmente positivi (535.524 contro 570.040) e, sul fronte ospedaliero, si riducono del 4,3% i ricoverati con sintomi (22.699) e del -5,7% i posti letto in terapia intensiva (2.487).Lieve calo dei decessi (3.338 contro 3.490), anche se l’occupazione da parte di pazienti Covid continua a superare in 7 Regioni la soglia del 40% in area medica e in 11 Regioni quella del 30% delle terapie intensive. Grazie alla serrata di Natale si riduce l’incremento percentuale dei casi in quasi tutte le Regioni.

I vaccini e lo studio delle varianti . Dagli approfondimenti della Fondazione sulla base dei dati di Ema e Commissione Europea emerge che dei vaccini approvati (Pfizer-BioNTech e Moderna) l’Italia dispone sulla carta di 102,3 milioni di dosi - 37,7 milioni di dosi con tempi di consegna già definiti dal Piano vaccinale e 64,6 milioni di dosi con tempi di consegna non noti.

Tali dosi includono quelle previste dal contratto aggiuntivo stipulato dalla Commissione Europea con Pfizer-BioNtech lo scorso 8 gennaio (40,3 milioni) e quelle aggiuntive opzionali previste dai contratti con la multinazionale Usa (13,5 milioni) e Moderna (10,8 milioni). AstraZeneca si è impegnata a fornire 53,8 milioni di dosi, con tempi di consegna noti solo per 40,4 milioni di dosi (16,2 nel primo trimestre 2021 e 24,2 nel secondo), previa autorizzazione condizionata all’immissione in commercio (Aic) dell’Ema, il cui parere è atteso per il 29 gennaio.

Al 20 gennaio (ore 21.48) sono state consegnate alle Regioni 1.558.635 dosi, di cui 1.250.903 già somministrate (80,3%), con inevitabile rallentamento negli ultimi giorni. Tuttavia, solo 9.160 persone hanno completato il ciclo vaccinale, mentre 13.534 persone avrebbero già dovuto ricevere la seconda dose. Di qui - “tenendo conto dei possibili ritardi di consegna, anche comunicati last minute come nel caso di Pfizer”, puntualizza Cartabellotta - la necessità che “in questa fase le Regioni accantonino i vaccini per la somministrazione della seconda dose”. La Commissione Europea ha pubblicato il 19 gennaio un documento che evidenzia le azioni necessarie per intensificare la lotta contro la pandemia.

“Gli obiettivi delineati sulle coperture vaccinali - commenta Renata Gili, responsabile “Ricerca sui Servizi Sanitari” della Fondazione - prevedono la vaccinazione dell’80% degli operatori sanitari, socio-sanitari e delle persone over 80 entro la fine di marzo e il 70% degli adulti entro la fine dell’estate, richiedendo un’accelerazione che, con le attuali criticità, sembra ardua da raggiungere, pur rimanendo obiettivo prioritario una volta risolti i problemi di fornitura dei vaccini”. E dunque, “a fronte dei ritardi di consegna dei vaccini e delle incognite legate alle varianti del virus - conclude Cartabellotta - se da un lato è urgente tarare il piano delle somministrazioni su quello delle consegne effettive per garantire nei tempi corretti la seconda dose, dall’altro è indispensabile potenziare rapidamente l’esigua attività di sequenziamento virale (0,034%), visto che la Commissione Europea raccomanda un target del 5-10% dei tamponi molecolari positivi”.

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