Covid19, negli ultimi tre mesi triplicati i decessi in Friuli Venezia Giulia: cosa è cambiato da metà novembre | I grafici

UDINE. Udine ha superato mercoledì la soglia dei mille morti di Covid-19. Tante sono le croci piantate nei 134 comuni della provincia dall’inizio dell’emergenza pandemica, da quando cioè il coronavirus ha iniziato a mietere le vittime. Anche Pordenone ha superato una cifra simbolica, quella dei quattrocento decessi, con l’indice triplicato in poco più di due mesi. Persino più dei dati quotidiani sul numero di casi positivi, i grafici che raccontano l’andamento delle morti legate al Covid testimoniano in maniera plastica il differente impatto che prima e seconda ondata hanno avuto in Friuli Venezia Giulia.



La situazione in Friuli è peggiorata in maniera chiara a partire dalla seconda metà di novembre, quando del resto anche gli indicatori scelti dal ministero della Sanità e dal comitato tecnico-scientifico avevano evidenziato un elevato tasso di rischio per la nostra regione, per la quale era scattato in quel frangente il downgrade nella fascia arancione. I dati sui decessi, che per ragioni naturali hanno uno sviluppo ritardato rispetto agli altri indicatori (ragione per cui anche in questi giorni, a fronte di un contagio, non si assiste a un’apprezzabile calo del numero di morti), confermano la situazione difficile che le province di Udine e Pordenone si sono trovate a vivere da due mesi a questa parte.

A differenza della prima ondata, dove la quasi totalità dei decessi era chiaramente riconducibile a focolai circoscritti, esplosi in tutta la loro violenza in particolare nelle case di riposo, la seconda fase della pandemia in Friuli è stata caratterizzata da una maggior capillarità, pur non mancando alcune situazioni di criticità marcata che, ancora una volta, hanno finito con il colpire in maniera inesorabile le residenze per anziani e le strutture che ospitano sacerdoti e suore, come è accaduto nella casa del clero di Udine e nel convento delle francescane missionarie del Sacro Cuore di Gemona.

È possibile individuare l’ideale punto di non ritorno della seconda ondata nell’ultima decade di novembre, quando in provincia di Udine si è passati dai 183 ai 329 decessi e in quella di Pordenone l’incremento è stato di quaranta unità (da 144 a 184).

La città di Udine aveva passato quasi indenne la prima fase dell’emergenza legata al virus, con un numero davvero contenuto di contagi (sceso poi a zero a fine maggio) e pochissimi decessi. Non così è andata nel difficile passaggio tardo autunnale, con il numero di morti che è salito fino a toccare 158 e i contagi che hanno interessato in maniera corposa anche alcune case di riposo (da ultima La Quiete) e messo a dura prova l’ospedale, con reparti - Pronto soccorso compreso - che hanno dovuto fare i conti con i contagi degli operatori.

A Pordenone i decessi registrati sono circa un terzo rispetto a quelli di Udine (66 in tutto dall’inizio della pandemia, la scorsa primavera). Entrambi i comuni capoluogo, tuttavia, conservano un indice di mortalità tutto sommato basso se paragonato a quello di centri di più modeste dimensioni: Udine infatti fa registrare 16 decessi ogni 10 mila abitanti, mentre a Pordenone il rapporto scende addirittura a 13.






 

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