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Caracciolo: «L'omicidio di Regeni fu un segnale mandato all’Italia: sapevano che l’avrebbero ucciso»

Mauro Manzin
3 minuti di lettura
Giulio Regeni scomparve al Cairo il 25 gennaio del 2016 

Giulio Regeni cinque anni dopo. Cinque anni di dolore e di rabbia per quella verità mai confessata, per quell’omicidio così volgare che fa pensare agli oscuri scenari dell’Inquisizione più che a una società del terzo millennio.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica “Limes” è convinto che chi ha ucciso lo studente friulano non verrà mai a galla. Ma il suo omicidio è, secondo Caracciolo, un segnale ben preciso all’Italia e agli altri Paesi impegnati nello scacchiere del Medio Oriente e dell’Africa mediterranea.

Come definirebbe, a cinque anni di distanza, la morte di Giulio Regeni?

«Una tragedia su cui non sapremo mai la verità, perché sono coinvolti direttamente gli apparati di sicurezza e quindi il potere profondo dell’Egitto».

Regeni era già stato deciso che dovesse morire prima del rapimento oppure la situazione è degenerata nel corso della detenzione?

«È stata un’operazione sicuramente non casuale, ma mirata».
 
Che prevedeva l’omicidio?

«Questo non lo so, ma sicuramente si voleva dare un segnale».

Un segnale a chi?
 
«All’Italia da una parte e a tutti coloro che vengono considerati dai servizi di sicurezza egiziani dei pericolosi agitatori, magari vicini alla Fratellanza musulmana o comunque agli oppositori del regime».
 
Perché all’Italia?
 
«Perché evidentemente considerano l’Italia un Paese più facilmente impressionabile di altri, ma è anche un segnale per altri Paesi del tipo: “Se ficcate il naso nei nostri affari ne pagate le conseguenze”».
 
L’Italia però fa affari economici milionari con l’Egitto, da ultime sono state vendute delle fregate alla marina militare del Cairo...
«In un Paese serio bisogna fare separatamente, per quanto possibile, da una parte pressione sull’Egitto perché faccia luce sull’omicidio Regeni anche se l’impresa è abbastanza improbabile, dall’altra continuare a fare la nostra politica che non può dipendere da un caso».
 
Oltre le navi vendute c’è anche l’importante presenza dell’Eni in Egitto...
«Certo, sono tutte cose che fa l’Italia piuttosto che la Francia o altri Paesi. Ogni Paese ha una sua politica economica e commerciale, fra l’altro l’Italia è un produttore di armi non esattamente secondario e l’Egitto è uno dei Paesi al mondo che ne acquista di più. Il problema è poi capire quali conseguenze geopolitiche tutto ciò può produrre, perché il nostro problema è che le politiche economiche e commerciali sono o estemporanee o legate a necessità di cassa, mentre altri Paesi le fanno in maniera più mirata per ottenere anche dei vantaggi geopolitici che possono anche non essere immediati».
 
Qual è in tutti questi giochi la posizione di Al Sisi?
«Ha alle spalle il sostegno decisivo, per la sua sopravvivenza fisica e per quella economica e finanziaria dell’Egitto, dei Paesi del Golfo. Arabia Saudita ed Emirati arabi sono quelli che hanno finanziato anche il suo colpo di stato contro Morsi e hanno dato al Cairo la possibilità di svolgere una sua politica regionale come quella attuata in Libia. Ma poi ha contatti con la Russia e con la Cina anche se all’interno è in una posizione molto delicata».

A causa dell’instabilità politica e sociale dell’Egitto?
«Sì, gran parte del Paese è fuori controllo a cominciare dal Sinai e con una popolazione enorme rispetto alle sue possibilità agricole e alimentari».
 
L’Egitto resta il pilastro degli equilibri mediorientali?
«Assolutamente sì. Oggi ha molti problemi interni, ma gioca una posizione abbastanza ambigua in quanto i militari egiziani, che sono i veri padroni dell’Egitto anche da un punto di vista economico, ricevono aiuti sostanziosi dagli americani, ma allo stesso tempo ospitano a Suez strutture russe e cinesi. Con Israele invece è in una sorta di pace fredda».
 
Il futuro in quest’area dove c’è la polveriera Libia può vedere l’Egitto protagonista?
«L’Egitto da sempre considera la Cirenaica il suo obiettivo fondamentale e punta a legami con le organizzazioni, come quelle del generale Haftar, che ne hanno attualmente il controllo. Allo stesso tempo sta cercando di ricucire con la Turchia che invece è attiva in Tripolitania, ma i due Paesi sono obiettivamente su posizioni diametralmente opposte, perché la Turchia è il leader del movimento dei Fratelli musulmani che sono il nemico numero uno di Al Sisi in Egitto».
 
E l’Italia quale ruolo può avere?
«Storicamente ne abbiamo avuto uno notevole. In Tunisia Ben Ali era un uomo messo al suo posto dai servizi segreti italiani, in Libia c’era Gheddafi con cui avevamo rapporti molto strutturati, in Egitto c’era Mubarak, l’Algeria l’abbiamo in qualche modo sostenuta noi nella sua lotta di emancipazione dalla Francia. Teoricamente eravamo in una situazione privilegiata».
 
Poi tutti questi leader sono stati fatti fuori...
«Certo e oggi al loro posto c’è o il caos o nel caso libico la Turchia o la Russia, quindi una perdita più grande di così in senso algebrico penso sia difficile da immaginare». —
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