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Giornata della memoria, quando ricordare è un vaccino per non ripetere gli orrori del passato

Martha Nussbaum

Se il nazismo, ha costruito la propria azione sull’annientamento del rispecchiamento emotivo, se le ideologie della destra e della sinistra del secolo scorso hanno costruito il proprio potere e la propria potenza distruttiva di vite umane, sulla cancellazione dell’empatia, l’unica azione possibile è quella di allenarla attraverso l’arte, l’inchiesta giornalistica, lo studio, il cinema e il teatro per mettersi nei panni dell’altro

Cosa accadrà ancora, prima del 27 gennaio? Non è paradossale e inquietante che la Giornata della memoria si stia trasformando in terreno di scontro al punto di diventare veicolo del nuovo antisemitismo? Quante volte ancora “e le Foibe?”, paradigma della macabra competizione tra vittime, si sostituirà all’approfondimento e alla conoscenza della Storia?

La filosofa Martha Nussbaum autrice tra gli altri de L’intelligenza delle emozioni (Il Mulino) sostiene che una dote dell’essere cittadini è “l’immaginazione narrativa” che è la capacità di immaginare le storie di chi è diverso da noi, dote che richiede ad esempio l’esercizio della lettura.


Nel 2018 Alberto Angela, si allontana dal racconto delle bellezze dell’Italia per ricordare con una trasmissione dedicata, il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma del 16 ottobre 1943. Le frasi “uno di noi”, “persone come noi, come me e voi”, pronunciate in “primo piano” costellano un evento televisivo, che resta tra i migliori esempi di servizio pubblico per la serietà documentale e l’attenta costruzione narrativa che faceva appello alla coscienza e all’intelligenza emotiva dei telespettatori. Angela disse in quell’occasione «Ricordare è un vaccino, significa creare anticorpi affinché non accada mai più».

Nel 2020, prima della chiusura dei teatri per la pandemia, proprio in occasione della Giornata della memoria, Ottavia Piccolo legge a Venezia, un atto unico di Bertolt Brecht intitolato “La moglie ebrea”, tratto dall’opera “Terrore e miseria del Terzo Reich”. Il racconto ambientato nella Germania degli anni Quaranta, quando il secondo conflitto mondiale è alle porte e la follia del nazismo sta già distruggendo l’esistenza di molte persone, ha per protagonista Judith, una donna ebrea ma tedesca, borghese ma ebrea, bella, vivace e cordiale e tuttavia costretta alla fuga. Lo spettatore la osserva e pensa che quella donna che telefona agli amici e prepara le valigie rivolgendosi soprattutto al marito, un affermato medico tedesco che non riesce ancora a credere che quella persecuzione diventerà, di lì a poco, sterminio di massa, è una donna come ne conosciamo tante, un’amica, una sorella, una “come noi”.

Immaginazione narrativa. Empatia e memoria. Empatia è memoria.

Se il nazismo, ha costruito la propria azione sull’annientamento del rispecchiamento emotivo, se le ideologie della destra e della sinistra del secolo scorso hanno costruito il proprio potere e la propria potenza distruttiva di vite umane, sulla cancellazione dell’empatia, l’unica azione possibile è quella di allenarla attraverso l’arte, l’inchiesta giornalistica, lo studio, il cinema e il teatro per mettersi nei panni dell’altro.

I francesi traducono il nostro “imparare a memoria”, con “apprendre par coeur”. Uno spettatore commosso, sia esso un bambino, un giovane o un anziano impara, esercita la sua memoria e la sua empatia quando, apprende attraverso il cuore.

Spettatori commossi. Intellettuali emozionati, giornalisti empatici, insegnanti appassionati. Di questo c’è bisogno, oggi più che mai per essere cittadini di una comunità etica, che riconosce l’altro.

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