"Coltiverò la tua memoria con un fiore". Così il papà ricorda Michele, suicida a 30 anni perché stanco di essere precario

Il libro scritto da Roberto Valentini a quattro anni dalla scomparsa del figlio 

TARCENTO. Un diario, un racconto, parole che si susseguono nel tentativo di raccontare un’esistenza senza Michele. Un viaggio alla ricerca di ragioni e ricordi, di emozioni, di immagini. E la volontà di non dimenticare, né far dimenticare, Michele. “Coltiverò la tua memoria come un fiore” è l’omaggio di un padre ad un figlio amato e perduto. Perduto perché fisicamente non c’è più, eppure c’è, e ci sarà sempre, nei pensieri, nei sogni, nei desideri, nei ricordi, nei rimpianti...
 

L'addio di Michele prima di togliersi la vita: "Io, precario, appartengo a una generazione perduta"



Lo ha scritto Roberto Valentini, il papà di Michele, il ragazzo che nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio di quattro anni fa, si è tolto la vita in un gesto di disperazione e denuncia nei confronti di una società che esclude, anziché includere, che illude e poi delude, che “accantona” anziché accogliere. Un gesto di rifiuto verso un’esistenza da precario, la mancanza di un lavoro, di prospettive, di futuro. 
 
È un libro che toglie il velo al dolore, sordo, rabbioso, accecante, a tratti, di chi sopravvive al proprio figlio. E non si rassegna. Sono i pensieri intimi di chi cerca ragioni, motivazioni, fede, persino, che non si trovano. Sono il racconto di una quotidianità che tenta di farsi strada, profondamente diversa da “prima”, perché intrisa di sofferenza in cui, a tratti, spuntano i ricordi più dolci, quelli degli attimi felici. Il giorno del matrimonio, con Michele fiero accanto ai genitori che firma con orgoglio il registro, i viaggi in Sicilia, le vacanze in Croazia... Sprazzi di serenità che solo i ricordi felici sanno regalare.
 
Salvo poi ritornare alla realtà, alla vita “senza” Michele, eppure “con” Michele. Una vita che si nutre di quotidianità. Alzarsi, vestirsi, preparare la colazione, uscire, gli acquisti necessari, la sosta in cimitero per parlare con Michele. E quanta pena aggiuntiva riuscire a scorgere la tomba solo da lontano, al di là delle inferriate, perché il lockdown non consente neanche deporre un fiore sulla tomba dei propri cari...
 
In questo viaggio intimo, un viaggio nell’anima di un uomo che mette a nudo tutto il proprio dolore, ci si muove con circospezione, non cercando di capire ma di “sentire”. E le parole sono come graffi sul cuore. Perché? Perché certe cose accadono? Perché il destino sembra accanirsi imponendoti un dolore insopportabile? E Dio? Dov’è Dio?
 
Domande che ci appartengono. Come ci appartiene il viaggio alla ricerca di risposte. Un viaggio, per l’appunto...
«Se Dio esiste deve esistere per forza anche una lingua segreta di Dio, un modo di comunicare con noi umani perché si possa credere più facilmente alla sua esistenza. Ma evidentemente si esprime attraverso un codice misterioso che finora nessuno è riuscito a decifrare...». «...Voglio segnali chiari e inequivocabili che mi confortino e diano risposte non confuse e ambiguamente interpretabili alla mia unica domanda, la più importante e ineludibile: perché mio figlio ha potuto decidere di lasciare suo padre e sua madre nel dolore, nella pena, della disperazione?».
 
Il diario di Roberto racconta di giorni che si susseguono, senza Michele; di routine che si replicano, senza Michele; di nuovi dolori, di nuove perdite, senza Michele. Raccontano di un futuro immaginario, anche. Come avrebbe potuto essere se...
 
E di sprazzi di speranza, come quella della mamma di Michele (G. nel diario), che confida «in un incontro, come sia e quando sia con Michele, speranza che G. riesce a coltivare con una convinzione caparbia degna di rispetto». E il punto di vista di G. «diventa confortante per altri genitori straziati dalla perdita di un figlio». «Continuo a scrivere pagine che rendano omaggio a Michele, lo sottraggano all’ombra e all’oblio, lo riportano in vita e ne illuminano l’accidentato percorso rendendo giustizia al suo orgoglioso, coraggioso, disperato j’accuse. Il mio è un atto d’amore».
 
È un libro difficile da raccontare... ma non difficile da leggere, perché chi non serba, nel proprio cuore, la pena per l’assenza di qualcuno che ha amato? E nel diario si intercalano i racconti delle giornate che scorrono, a poesie che, con nuove parole, riportano sempre a Michele. 
 
“Guizzano sguardi mentre lascio libero / il posto e percorro il corridoio stretto / verso l’uscita a passo incerto / ma la meta sicura sarà la stazione / dove incrocio il mio destino con quello di mio figlio / che ha staccato il biglietto anzitempo / pagando un sovrapprezzo / non rimborsabile perché non c’è nessuno / a cui si possa fare un reclamo. / Statemi bene voi che proseguite la corsa”.
 
«Cammino all’ombra della vita - scrive ancora Roberto Valentini - mi espongo esitando, con circospezione». «Il mio futuro era mio figlio.... continuo a scrivere di lui per documentare e rendergli testimonianza». E se è vero, come ricorda un verso del Talmud, che “si muore veramente quando il proprio nome viene dimenticato”, allora «il nome di Michele e la sua dolorosa vicenda non devono cadere nell’oblio». Il libro, edito da Gaspari, con presentazione di Lucio Tollis, esce in questi giorni, a quattro anni dalla scomparsa di Michele.

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