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Riparte lo sci ma restano le perplessità tra i maestri in crisi: «Rischiamo di aprire per lavorare solo dodici giorni»

UDINE. «Rischiamo di dover aprire il 15 di febbraio per lavorare al massimo 12 giorni». La previsione di Daniele Sabidussi è reale, il direttore della Scuola italiana di sci e snowboard di Tarvisio non è sicuro che, a questo punto, valga davvero la pena di riaprire gli impianti sciistici della regione. «L’unica norma chiara – aggiunge – è che in zona gialla si può riaprire, per il resto non abbiamo indicazioni precise».

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A Tarvisio, Forni di Sopra, Ravascletto e Piancavallo non si parla d’altro. «Presumo che ogni stazione dovrà darsi delle regole» continua Sabidussi prima di chiedersi: «Quanta gente potremo far arrivare ai tornelli? Sappiamo che ci sarà un contingentamento nella vendita degli skipass, ma non conosciamo le percentuali. Se sulla telecabina del Monte Lussari potranno salire tre persone non saranno mai a un metro di distanza». Secondo gli operatori troppe incertezze pesano sulle stazioni sciistiche della regione. «Un allenatore potrà avere 20 bambini? Tutti abbiamo voglia di aprire e bisogno di lavorare, ma è necessario capire la dimensione del problema».

L’analisi di Sabidussi è concreta. Il direttore della scuola di sci tarvsiana si rende perfettamente conto che «il turismo invernale del Friuli Venezia Giulia non è fatto di famiglie che soggiornano per settimane nelle diverse località», è fatto di sciatori pendolari presenti soprattutto nei fine settimana. In assenza degli stranieri rischiamo – avverte il maestro di sci – «di mettere insieme un sistema che si riduce al turismo della domenica». E molto probabile che dal punto di vista economico i conti non tornino: «Le scuole di sci hanno già subito un danno di oltre 2,5 milioni di euro. Siamo al 10 febbraio e non hanno fatto un’ora di lezione». E ancora: «Molti genitori stanno perdendo il lavoro, portare i figli a scuola di sci sarà il loro ultimo pensiero». Da qui la previsione: «Dopo il 20 marzo in regione non si scia più, rischiamo di aprire il 15 febbraio per lavorare 12 giorni».


A parlare di «boccata d’ossigeno» è invece Paola Schneider, la presidente regionale di Federalberghi e proprietaria del RiglarHaus di Sauris, secondo la quale «è meglio tardi che mai». Anche Schneider non si aspetta di raddrizzare un bilancio tutt’altro che roseo, ma – aggiunge – «se si arriverà all’eliminazione delle restrizioni per gli spostamenti fra le regioni un po’ di gente in più arriverà».

La presidente regionale di Federalberghi prova a trasmettere fiducia anche se, e lo riferisce a malincuore, ha già messo in conto che la stagione non si chiuderà con numeri eclatanti. «Ci manca tutta la clientela che arrivava dall’estero, da Slovenia, Polonia, Repubblica Ceca e Croazia, ci mancano le scolaresche per le settimane bianche, ormai il 70 per cento del fatturato è perso». Schneider auspica comunque che l’apertura degli impianti possa trasformarsi in un’ancora di salvezza per molti albergatori che oggi, pur potendolo fare, non aprono le strutture perché manca la gente.

«Nelle località turistiche invernali qualcuno ha aperto perché il Friuli Venezia Giulia è passato in zona gialla, ma gli alberghi sono quasi sempre vuoti. C’è un po’ di giro il sabato e qualcosina il venerdì», fa notare la rappresentante di Federalberghi senza dimenticare di dire che il maggior numero di operatori per andare avanti ha accumulato solo debiti. «I gestori delle strutture sperano nella stagione estiva, hanno rinviato i pagamenti e sospeso il versamento delle tasse e delle rate dei mutui fino al prossimo autunno. Molti – avverte Schneider – rischiano di saltare e chi si salverà dovrà lavorare diversi anni per pagare i debiti».

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