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Quali varianti che preoccupano di più? I bambini sono più a rischio? Dodici domande e risposte sulle mutazioni del virus

3 minuti di lettura

UDINE. La variante inglese è arrivata anche in Friuli Venezia Giulia. Clinici e studiosi temono che, come ha sottolineato il presidente dell’Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, in cinque o sei settimane possa sostituire il virus circolante.

Questo significherebbe nuovi picchi di contagio e possibili chiusure delle attività. Al momento, nell’ambito del monitoraggio avviato dall’Iss e dal Ministero della sanità, sono stati sequenziati 17 casi, nove in provincia di Udine, quattro nel Pordenonese e uno a Trieste. In settimana non sono escluse verifiche. Seguendo le Faq e gli studi pubblicati dall’Istituto superiore di sanità proviamo a entrare nel mondo delle varianti.

Che cos’è la variante inglese?
«La variante inglese è la conseguenza di 23 mutazioni, 14 delle quali nella proteina Spike»

Quando è comparsa per la prima volta?
«È stata identificata per la prima volta lo scorso dicembre nelle regioni sud-orientali del Regno Unito, in concomitanza con un rapido aumento di casi di infezione da Sars-Cov2».

Da quanto tempo circolava?
«Gli studi retrospettivi effettuati dall’Istituto superiore di sanità confermano che la variante inglese circola dallo scorso settembre»

Perché preoccupa?
«Gli studi realizzati con modelli matematici confermano che la variante inglese presenta una maggiore trasmissibilità. Si sospetta che possa associarsi anche a una maggiore virulenza. Secondo il gruppo di esperti britannici (Nevrtag)che assiste il governo nella gestione della pandemia, la mutazione rende il virus più contagioso dal 30 al 50 per cento rispetto ad altre varianti meno preoccupanti in circolazione e potrebbe avere una mortalità superiore dal 30 al 70 per cento ».

In quante regioni è presente?
«È stata identifica nell’88 per cento delle Regioni e delle Province autonome. Le stime di prevalenza oscillano tra lo 0 e il 59 per cento. Negli scorsi 4 e 5 febbraio, nei giorni in cui il coronavirus è stato sequenziato in 82 laboratori italiani, la prevalenza nazionale era pari al 17,8 per cento. In Friuli Venezia Giulia non ha superato il 6 per cento».

In quali regioni è più diffusa?
«In Abruzzo e in Umbria dove è stata rilevata anche la variante brasiliana».

È vero che le varianti colpiscono soprattutto i bambini?
«Finora le varianti più preoccupanti non sembrano causare sintomi più gravi in nessuna fascia di età. La malattia si presenta con le stesse caratteristiche e gli stessi sintomi di tutte le altre varianti del virus. La trasmissibilità, invece, aumenta per tutte le fasce di età, compresi i bambini. Al momento, però, non sembra che la variante inglese abbia come target specifico i bambini, non li infetta in maniera particolare rispetto agli altri».

I tamponi sono in grado di rilevare le varianti del virus?
«I test vengono usati per la diagnosi. Per sapere se l’infezione è determinata da una variante è necessario il sequenziamento, in cui si determina la composizione esatta del genoma del virus».

Farmaci e vaccini risultano efficaci anche sulle varianti?
Al momento i vaccini sembrano essere efficaci sulla variante inglese, mentre per quella sudafricana e quella brasiliana potrebbe esserci una diminuzione nell’efficacia. Per quanto riguarda i farmaci in uso e in sperimentazione non ci sono ancora evidenze definitive».

I farmaci monoclonali riescono a combattere la variante inglese?
«Alcuni articoli preliminari indicano che alcuni anticorpi monoclonali attualmente in sviluppo potrebbero perdere efficacia. I produttori di vaccini stanno anche cercando di studiare richiami vaccinali per migliorare la protezione contro le future varianti».

Con un virus mutato in circolazione le misure di protezione individuali vanno riviste?
«Le misure di protezione individuale rimangono quelle già in uso: uso delle mascherine, distanziamento sociale e igiene delle mani. La possibilità di venire in contatto con una variante deve comunque indurre particolare prudenza e stretta adesione alle misure di protezione».

Quali sono le varianti che preoccupano di più?
«In questo momento sono tre le varianti che vengono attentamente monitorate e che prendono il nome dal luogo dove sono state osservate per la prima volta. In tutti e tre i casi il virus presenta mutazioni sulla cosiddetta proteina Spike, che è quella con cui il virus si attacca alla cellula. Oltre alla variante inglese, circolano la variante sudafricana e quella brasiliana»

Perché vengono monitorate anche le varianti sudafricana e brasiliana?
«La variante sudafricana è stata isolata lo scorso ottobre in Sud Africa, mentre in Europa il primo caso è stato rilevato il 28 dicembre 2020. La variante brasiliana, invece, è stata isolata lo scorso gennaio in Brasile e Giappone. Fino al 25 gennaio era stata segnalata in otto Paesi, compresa l’Italia. Entrambe sono monitorate perché hanno una trasmissibilità più elevata e perché sembra che possano diminuire l’efficacia del vaccino e causare un maggior numero di reinfezioni in soggetti già guariti da Covid-19».

Cosa sono le mutazioni e perché sono importanti?
«In particolare i coronavirus evolvono costantemente attraverso le mutazioni del loro genoma. Mutazioni del Sars-CoV-2 sono state osservate in tutto il mondo fin dall’inizio della pandemia. Qualcuna può dare forme più severe di malattia o la possibilità di aggirare l’immunità precedentemente acquisita da un individuo o per infezione naturale o per vaccinazione. In questi casi diventano motivo di preoccupazione, e devono essere monitorate con attenzione».

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