Partono le analisi su altri tamponi: dopo quella inglese, in Fvg si cercano le varianti brasiliana e sudafricana

UDINE. Parte proprio in queste ore la caccia alle nuove mutazioni del coronavirus in Friuli Venezia Giulia dove per il momento è stata accertata soltanto la presenza della variante inglese.

Un primo monitoraggio è stato concluso nelle scorse settimane e l’esito è ormai noto: su 343 tamponi con alta carica batterica esaminati, 17 contenevano la variante inglese (circa il 5%). La maggior parte, cioè 9 casi, è stata individuata in tamponi provenienti dall’Azienda sanitaria universitaria Friuli centrale (Asufc) che copre il territorio della provincia di Udine.

Altri quattro nel Pordenonese (con i test inviati dall’Azienda sanitaria Friuli occidentale), quattro pure nelle zone di Trieste e Gorizia (con un tampone dell’Azienda sanitaria Giuliano isontina e tre di un istituto privato).

«Nel primo monitoraggio abbiamo svolto una ricerca mirata sulla variante inglese così come ci aveva chiesto l’Istituto superiore di sanità – spiega il professor Lanfranco D’Agaro, direttore dell’Unità complessa di Igiene e sanità pubblica dell’Azienda sanitaria Giuliano isontina (Asugi) – . Nella seconda indagine che sta partendo in questi giorni verificheremo anche la presenza delle altre due varianti, la brasiliana e la sudafricana».

A livello nazionale c’è il forte timore che le varianti possano moltiplicare le infezioni, visto che hanno tutte un grado di contagiosità superiore rispetto al ceppo originario del coronavirus presente in Italia fin dallo scorso anno.

Moltiplicare la contagiosità significa in brevissimo tempo ritrovarci con più persone ammalate e, a cascata, con più casi gravi, più ricoveri negli ospedali e più decessi. Un rimbalzo verso l’alto delle curve che in molte regioni è già cominciato.

In Friuli Venezia Giulia, invece, da alcune settimane tutti i numeri sono in calo, dai nuovi positivi ai ricoveri nelle terapie intensive e negli altri reparti. Perché questa controtendenza? Cosa sta ancora preservando la nostra regione da una nuova impennata di contagi?

«È vero che il dato complessivo è in diminuzione – risponde D’Agaro – e credo che questo dipenda molto dal fatto che grazie alle vaccinazioni siano calati i contagi tra il personale sanitario e altri soggetti a rischio. C’è però un doppio binario di cui tener conto: accanto a questo calo bisogna considerare la presenza di alcuni focolai, come quello di un’azienda monfalconese, piccoli ma intensi. In questi casi c’è la variante».

Ma perché bisogna stare in guardia? Quali pericoli portano le varianti? La scienza ci ha già chiarito che si tratta di mutazioni che aumentano la contagiosità. È dunque più facile restare contagiati. Ma i vaccini ci proteggono da queste nuove minacce?

A dare una risposta è sempre il professor D’Agaro: «Posso dire che la variante inglese originale non dà problemi, mentre sulle altre varianti bisogna essere più cauti: diciamo che potrebbero dare qualche problema. Stiamo parlando comunque di maggiore contagiosità».

La strada da seguire – confermano in coro tutti gli esperti – è comunque quella delle vaccinazioni. E il più rapidamente possibile. Anche il Governo, a giudicare dalle parole pronunciate da Draghi, sembra intenzionato a dare un’accelerata in questo senso.

Senza dimenticare le regole base che devono guidare i nostri comportamenti indipendentemente dal colore della zona di residenza: che ci si trovi in zona rossa, arancione o gialla, bisogna rispettare il distanziamento, indossare la mascherina e avere un’igiene adeguata. —

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