Un anno fa la prima vittima Covid in Italia, il ricordo di Adriano e il dolore della famiglia: «Papà non parlava, ci ha scritto di aiutarlo»

Adriano Trevisan

VO'. Sul letto di Adriano, quando il Coronavirus gli ha tolto l’ultimo respiro, c’era un peluche. Glielo aveva affidato Nicole, la nipotina. Quel giorno, oltre a quel peluche, dietro al vetro della Terapia intensiva di Schiavonia c’erano anche Angelo, Vanessa e Vladimiro, i tre figli. Quando gli occhi del medico nella stanza hanno incrociato i loro sguardi, era chiaro che la resistenza di Adriano era venuta meno.

La moglie Linda era poco distante: aveva affidato tutta la sua fragilità, quella di una moglie che comprende di aver perso il compagno di vita, a una sedia portata da un infermiere gentile. Erano le 22.07 del 21 febbraio 2020. Adriano Trevisan, 77 anni, muratore di Vo’, diventava la prima vittima in Italia di Coronavirus. Ma per chi voleva bene a quell’uomo, oltre ogni statistica c’era il dolore per la perdita di una grande persona che, per prima, ha conosciuto gli effetti devastanti del virus.

Adriano muore il 21 febbraio, ma arriva in ospedale a Schiavonia sei giorni prima.


I figli: «Papà, che non si è praticamente mai ammalato, aveva da giorni la febbre. Avevamo chiesto consulto al medico di base, che però ci aveva risposto: “Ce ne sono tanti, è influenza”. Ancora oggi ci chiediamo cosa sarebbe successo, se fosse venuto a visitarlo quel giorno.

Il 16 abbiamo contattato la Guardia medica, che ha mandato l’ambulanza. Era il suo compleanno. Lo spirito era estremamente positivo: le operatrici che erano venute a prenderlo gli avevano promesso, ironicamente, di fermarsi a metà strada per comprare i pasticcini. Tre giorni dopo le sue condizioni sono peggiorate e dalla Geriatria è stato portato in Rianimazione».


L’ipotesi Covid, però, non era ancora stata presa in considerazione.

Figli: «Non ancora. C’erano forti problemi respiratori. Non abbiamo voluto dirgli che andava in quel reparto. Non volevamo pronunciare quella parola, Rianimazione. “Papà, vai in un posto in cui c’è una macchina che ti aiuta a respirare”, gli abbiamo detto».

Linda, la moglie: «Giovedì, il giorno prima che morisse, ho capito che se ne stava andando. Gli ho dato un bacio sulla guancia. Solitamente lui reagiva dicendomi “Cossa feto?”. Lì invece è rimasto zitto. È stato l’ultimo bacio che ho potuto dargli».

Cosa vi diceva Adriano in quegli ultimi giorni?

Figli: «Già dal giovedì non poteva parlare. Ci è venuta in mente l’idea di chiedere una penna e un foglio. Oggi quei fogli, usati per comunicare con lui, sono le ultime testimonianze di papà. Ci aveva scritto “Che ore sono?”. Aveva perso ogni cognizione del tempo. E poi “Parché non i sa ancora gnente?”. Voleva capire cosa lo costringeva a stare così».

È per una vostra intuizione, o comunque è grazie alla vostra collaborazione che si è arrivati a fare il tampone per il Covid.

Figli e moglie: «I medici non riuscivano a capire da cosa dipendesse quella polmonite. Siamo stati sottoposti a un interrogatorio molto puntiglioso dai medici e virologi dell’ospedale. Le avevano provate tutte, e cercavano la strada che potesse condurre alla causa di quella polmonite che non si riusciva a curare. Poi giovedì sera, all’uscita dall’ospedale, abbiamo incrociato i familiari di Renato Turetta».

Renato Turetta è l’amico di Adriano, il compagno di briscola, che morirà poi il 10 marzo sempre per Covid. Quell’incontro a cosa ha portato?

Figli: «Abbiamo chiesto loro cosa ci facessero lì e ci hanno spiegato che Renato era ricoverato con gli stessi sintomi di papà. Siamo corsi subito dalla dottoressa a riferire questa circostanza. Da quell’abbinamento si è arrivati a fare il tampone per il Covid».

Quando avete avuto la conferma del contagio?

Figli: «Il venerdì siamo andati a trovare papà e quando abbiamo suonato al campanello del reparto, che era insolitamente chiuso nonostante l’orario di visita, sono corsi a prenderci e ci hanno dato le mascherine. Ci hanno chiesto dove erano i nostri contatti più stretti, sostenendo che dovevano essere sottoposti al tampone».

Moglie: «Ci hanno poi detto che Adriano doveva essere trasferito a Padova. Abbiamo chiesto se potevamo vederlo prima del trasferimento. “Passerà di qua, lo vedrete di sicuro”, ci hanno risposto. Ma sono trascorsi minuti e minuti. Abbiamo chiesto informazioni e ci è stato risposto che c’era un’emergenza. Quando il primario è uscito e ci da detto che stava morendo ho avuto un malore. A dargli l’ultimo saluto sono andati solo i miei figli».

Adriano è diventato, con la sua morte, il simbolo della pandemia. Per tutto il mondo. Vi ha pesato questo continuo riferimento?

Figli e moglie: «La nostra linea è stata fin da subito di non rilasciare alcuna intervista nonostante le molte richieste dalla stampa italiana e anche estera. Abbiamo peraltro dovuto passare la quarantena in casa, anche distante dai nostri familiari più vicini che erano negativi, confortati dall’affetto e dall’aiuto di parenti, amici, vicini di casa. Un altro colpo forte è arrivato quando abbiamo capito che non si poteva celebrare un funerale “normale”. Però, a un anno di distanza, pensiamo che se proprio papà voleva far conoscere Vo’, beh, c’era proprio riuscito».

È un anno che Adriano è mancato

Figli e moglie: «L’unico vero rimpianto di chi lo ha amato è che non abbia potuto godersi l’amore del nipotino Leonardo, nato nove mesi prima di quel 21 febbraio. Alla fine di tutto, per noi, conta il fatto che si sia spento orgoglioso della sua vita e della sua famiglia: una moglie premurosa e che curava la casa in maniera esemplare, la figlia Vanessa diventata anche sindaco di Vo’, il figlio Vladi impresario edile seguendo le sue orme, e poi Angelo, ingegnere edile. Questo il virus non ha potuto toglierglielo».

Se ne è andato da uomo felice e senza rimpianti: è questo il pensiero che, anche nel lutto e anche a distanza di un anno, anima il sorriso della bella famiglia di Adriano. 

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