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L'infermiera che assiste i malati Covid: «Aiutare i pazienti a volte significa dare loro fiducia»

UDINE. «Positivo? Significa che morirò? Potrò mai rivedere i miei figli e i miei nipoti?». Volti che ritraggono la sorpresa di un contagio per il quale non si è mai preparati, l’angoscia di non conoscere il proprio destino, la paura di soffrire e di non sopravvivere.

Sono quelli dei pazienti che apprendono di essere positivi e che si aggrappano al camice che gli sta davanti, chiedendogli di accendere una speranza.

Mariaelena Vaglio ha 26 anni, dopo la laurea in Infermieristica è stata assunta all’ospedale di Udine. Lavora nel reparto di Cardiologia, dove a dicembre l’unità coronarica è stata chiusa in seguito al contagio di tre medici e di una decina di infermieri.

Non era la prima volta. Era già successo alla fine di ottobre. Ma è un rischio che bisogna mettere in conto se si lavora in ospedale. Può capitare che un paziente risulti positivo, allora bisogna trovare il modo di dirglielo.

Sono soprattutto gli anziani a dimostrarsi impauriti e fragili, bisogna rassicurarli e infondere loro serenità, bisogna sorridere e dare loro fiducia perché in questi mesi hanno imparato che il Covid uccide e che loro sono i bersagli più facili – racconta Vaglio –. Il loro problema più grande è la solitudine, chiusi in stanze singole, impossibilitati a usare gli spazi comuni, compresi i corridoi, diventano preda dei loro pensieri, dei timori ricorrenti» ammette Mariaelena Vaglio.

La prima ondata di contagi che ha coinvolto il reparto ne ha determinato la chiusura e l’avvio delle operazioni di sanificazione. Non è andata così a dicembre, quando, per mantenere l’attività, il reparto è stato diviso fra positivi al Covid e non.

Cercando di limitare al massimo i contatti fra il personale e i pazienti positivi veniva individuato un infermiere di riferimento per i malati Covid.

È quello che faceva Mariaelena, bardata dietro alla tuta, alla visiera che doveva togliere e mettere tre o quattro volte al giorno, ha cercato di essere il collegamento fra quei pazienti fragili e il resto del mondo, lo ha fatto usando una sensibilità, comune a tanti colleghi, che non si improvvisa. —

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