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Soffrono di ansia, insonnia e disagio familiare: gli infermieri scontano dodici mesi in prima linea

Un sondaggio promosso dal Nursind verifica le difficoltà personali degli operatori

UDINE. I loro occhi, schermati dalla visiera, hanno raccolto l’ultimo sguardo di tanti pazienti vinti dal Covid, le loro mani guantate hanno stretto quelle di anziani che morivano lontano dagli affetti. Lo hanno fatto, dimentichi della stanchezza, degli acciacchi e, spesso, anche dei familiari che li attendevano a casa.

Per gli infermieri è stato un anno vissuto in trincea, rincorrendo l’emergenza, rinviando il riposo. Ma non si può rinviare per sempre e, oggi, una categoria che in questi mesi ha lavorato sempre più a ranghi ridotti, sconta il prezzo della pandemia con disturbi personali, fisici, emotivi e familiari aggravati da ansia, insonnia, depressione, paure che oltre il 37% di loro rivela.



A sondare le condizioni del personale infermieristico impegnato negli ospedali dell’AsuFc, sul territorio, nelle case di riposo e nelle Rsa è un sondaggio condotto dal Nursind – sindacato delle professioni infermieristiche – cui hanno aderito 412 associati.

«Le schede stanno continuando ad arrivare – avverte il segretario territoriale Afrim Caslli –, ma ci siamo dati una settimana di tempo per raccoglierle e, al termine della scadenza, abbiamo cominciato a elaborare i dati. Obiettivo di questo studio – chiarisce il segretario – è analizzare come la pandemia abbia inciso e incide sui livelli di stress e sul tono dell’umore tra gli infermieri e le ostetriche.

L’epidemia ha avuto un forte impatto sul personale con dati preoccupanti che dimostrano disturbi lavoro-correlati in questo anno. I sintomi frequenti, come ansia, stress, depressione e insonnia, sono presenti in oltre 37% degli intervistati.

«In tempi non sospetti avevamo ribadito che dopo questa epidemia, che tutti quanti ci auguriamo che finisca al più presto, ce ne sarà un’altra tra il personale sanitario, legata allo stress psicofisico e ad altri disturbi. I ritmi di lavoro massacranti, la paura costante di contagiare se stessi e le persone care, la perdita continua di vite umane, la disorganizzazione lavorativa, gli spostamenti senza criterio e la perdita di fiducia nella direzione generale che il 77% di loro denuncia, ha aumentato a livelli esponenziali i fattori di rischio».



La stragrande maggioranza degli infermieri intervistati è rappresentato da donne (91%), pochi quelli che hanno meno di 30 anni, mentre il 62% ne ha più di 46, età in cui anche il peso dei familiari, genitori in primis, comincia a farsi sentire.

È così che l’impatto con la sofferenza imposta da un virus dilagnte e cruento nelle persone più fragili come gli anziani, confusi e isolati dagli affetti, i turni interminabili e la mole di lavoro crescente si riverberano anche sullo stato d’animo.

«Sento di non farcela più» recita una delle voci del sondaggio: solo 10 degli intervistati ha scelto l’opzione “mai”, meno della metà di quelli che hanno risposto “ogni giorno”, mentre confessa di pensarlo spesso, almeno una volta alla settimana, più del 41% degli intervistati.

Il rispetto per i pazienti e l’amore per la professione sono una bussola che continua a orientare il loro lavoro e solo il 14% ammette di aver trattato almeno qualche volta i malati come fossero oggetti, eppure, gran parte di loro teme che questo lavoro li possa “indurire emotivamente”.

Ma è sondando la sfera degli affetti e quella emotiva che si comprende il costo della pandemia: più del 9% delle persone intervistate ammette che il lavoro crea problemi in famiglia quotidianamente; solo il 6% afferma che non ne crea affatto.

E scende alla metà il numero degli infermieri che assicura di non avere rilevanti problemi psicofisici determinati dal lavoro, gli altri dichiarano disturbi più o meno frequenti fra i quali primeggia l’insonnia, la delusione, l’ansia e la paura.

«Il 68% del personale afferma di essere demotivato – afferma Caslli – questo non emerge solo dall’indagine, ma anche dal crescente numero di infermieri che si licenziano e scelgono di lavorare nelle strutture private, o come liberi professionisti con partita Iva.

La scelta di lasciare il lavoro pubblico per andare verso le strutture private è un sintomo di una sanità aziendale che non funziona. I numeri sono disarmanti, stiamo lavorando con meno infermieri rispetto all’anno precedente a causa di licenziamenti, mobilità e pensionamenti.

Alla politica regionale, al presidente Massimiliato Fedriga e all’assessore Riccardo Riccardi chiederemo di trovare i fondi per gli eroi di una volta, che hanno accumulato straordinari, stando troppo a lungo lontano dalle loro case e affidando i loro figli alle baby sitter, perché chiamati in servizio in continuazione e senza alcun preavviso». —

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