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Gli alimentari più piccoli, le botteghe di paese e i negozi di scarpe, chiuse 22 attività in 24 mesi: «Siamo allo stremo»

Pavan (Confcommercio): molto preoccupati, serve una nuova pianificazione. La rabbia degli esercenti: dopo la crisi il Covid ha reso la situazione drammatica

UDINE. Il terziario udinese ha retto, globalmente, a seguito della prima ondata di pandemia. Lo testimoniano i dati demografici d’impresa raccolti dall’Ufficio studi di Confcommercio che fotografano il numero di attività a fine giugno 2020. La flessione rispetto al 2018 per il momento è lieve: in città si sono perse 22 attività tra negozi, ristoranti, bar e alberghi. Numeri questi che raccontano la resilienza di chi ha attività in città e non parlano ancora invece della dimensione della crisi generata dall’emergenza sanitaria.

Confcommercio calcola infatti che nel 2020 in Italia siano spariti 120 miliardi di euro di consumi. Questo scenario, poi, si inscrive in un continuo trend negativo nella demografia d’impresa cittadina: a Udine, globalmente si sono registrate 102 attività in meno rispetto a otto anni fa. «La situazione è ancora di stabilità – commenta il presidente di Confcommercio Udine, Giuseppe Pavan –, ma c’è molta preoccupazione per il 2021, un anno segnato da grave incertezza: andrà ricercata una nuova capacità di pianificazione, che coinvolga meno burocrazia. Sarà poi essenziale che tutti i portatori di interesse a livello locale, in particolare le categorie e l’amministrazione pubblica, siedano allo stesso tavolo e lavorino per dare risposte concrete all’economia reale e alla vita quotidiana dei cittadini e degli imprenditori». Ed è proprio di piani e prospettive che i commercianti che operano nel mondo della moda sentono maggiormente bisogno.

Ora, con i magazzini ancora pieni dopo i saldi, si trovano a dover pensare alle proposte per i loro clienti per l’autunno-inverno 2021/2022. Gianni Lerussi, titolare di un negozio di abbigliamento in piazza San Giacomo, racconta: «È stato un anno drammatico. Da almeno un anno manca la clientela straniera. Tra chi opera nell’abbigliamento si parla di cali del fatturato dal -35% fino al -80%, i costi non sono diminuiti e non ci sono sostegni. Nel frattempo, se si va in banca, ci viene chiesta una previsione sul 2021, non sul 2019».

Simile scenario anche nel settore delle calzature, come testimonia Rodolfo Totolo, che gestisce tre negozi di scarpe in centro città: «Per noi e i colleghi della categoria i saldi sono andati molto male. C’è stato un riscontro pari alla metà rispetto all’anno scorso, per chi è andata bene. C’è pochissimo interesse d’acquisto. I centri commerciali, poi, sono stati massacrati». Chi ha pubblici esercizi guarda con speranza alla bella stagione e alla possibilità di usare gli spazi all’aperto come nella scorsa estate, come spiega Raffaele Pizzoferro, titolare della pizzeria alla Lampara in centro: «Al momento il settore è in grossa difficoltà: col pranzo non si coprono le spese, la cena vale il 60-70% del fatturato. Come Federazione italiana pubblici esercizi auspichiamo che sia concessa l’apertura a cena nelle fasce gialle e a pranzo nelle fasce arancioni».

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