Accusato di aver lucrato sulla droga sequestrata, parla il carabiniere Giamblanco davanti ai giudici: «Io vittima innocente»

A distanza di quasi dieci anni dal suo arresto e alla vigilia della discussione del processo in cui è chiamato a rispondere di spaccio, peculato e concussione, l’ex brigadiere Silvestro Giamblanco, 53 anni, di Buja, è un fiume in piena

TOLMEZZO. «Se mi proclamo innocente? Di più: mi ritengo vittima di una vicenda in cui non c’entro niente e che è stata costruita sulle menzogne dette su di me e sul mio operato dai miei accusatori e dalla catena di comando della Procura e dei poliziotti che hanno condotto le indagini». A distanza di quasi dieci anni dal suo arresto e alla vigilia della discussione del processo in cui è chiamato a rispondere di spaccio, peculato e concussione, l’ex brigadiere Silvestro Giamblanco, 53 anni, di Buja, è un fiume in piena.

Parla e, a tratti, si commuove davanti al tribunale collegiale ed è la prima volta dopo l’interrogatorio del 2 agosto 2011, quando, con il blitz che incastrò l’allora comandante del Norm di Tolmezzo, Demetrio Condello, l’inchiesta sulla vendita della droga sequestrata al Rototom decollò. Un mese dopo, dal carcere, sarebbe stato proprio il collega a puntare il dito su di lui e avvalorare così le accuse formulate da un loro comune informatore.

«Con lui (l’informatore, ndr) ho fatto tantissimi lavori, tutti leciti. E sempre con massima professionalità. Cosa che è mancata in queste indagini – ha detto Giamblanco –, in cui non è stato fatto un solo riscontro rispetto agli episodi e alle condotte che mi sono stati attribuiti. Perché hanno atteso giorni per perquisirmi casa e ufficio? Facendolo subito, avrebbero accertato che non nascondevo né contanti, né stupefacente. E perché – ha aggiunto – non hanno differito l’arresto di Condello? Avrebbero visto che dei soldi ottenuti in cambio della droga non mi avrebbe dato niente».

Difeso dall’avvocato Maurizio Conti, Giamblanco ha spiegato come tutta la sostanza stupefacente sequestrata fosse custodita nella caserma di Tolmezzo, dove lui, di stanza a Buja, si recava periodicamente, ma per riferire in Procura lo stato di avanzamento delle indagini di sua competenza. «Nei due uffici del Norm entravano e uscivano sette persone. Io avevo una mia scrivania, ma il computer che c’era sopra – ha precisato – era a disposizione di tutti. La chiave dell’armadio corazzato, invece, era nell’esclusiva disponibilità di Condello e, in sua assenza, del vice».

Ma a fare specie, nel racconto, è soprattutto la mancanza del registro delle cose poste sotto sequestro. «Chiesi a Condello di istituirlo, ma non se ne fece niente – ha detto –. E così, a fronte di ispezioni condotte per così dire pro forma, era lui soltanto a ricevere brevi manu dalla compagna, che lavorava alla cancelleria gip, i verbali di distruzione della droga e, poi, a preparare e sigillare i plichi destinati all’inceneritore». La discussione comincerà il 23 marzo, con la requisitoria del pm Luca Olivotto. —
 

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