I 50 anni della pillola: l’ambulatorio in piazza Ellero, il consultorio e il primo aborto a Pordenone

La foto di Tano d'Amico che campeggia sul manifesto dell'Aied

Mario Puiatti, oggi presidente dell’Aied, fondò il consultorio in città: «Ci fu la rivolta del condominio. Ma nel ’76 eravamo con i terremotati» 

PORDENONE. E’ quasi restio a parlare di quegli anni, quando la conquista dei diritti era lenta, faticosa, incerta. Non vuole spostare il focus da quell’anniversario – 50 anni dall’abrogazione dell’articolo 553 del codice penale – così importante per l’associazione e la società civile. Ma descrivere quel periodo aiuta a comprendere la portata di cambiamenti talmente epocali da aver modellato il presente così come lo conosciamo.



A Pordenone, tutto iniziò con il divorzio. «Nel ’68 ero iscritto alla Lega italiana per il divorzio – ricorda Mario Puiatti, che oltre a essere presidente Aied vanta una lunga carriera in politica nei Radicali e nei Verdi – e nel ’73 affittai l’allora Teatro Verdi per un incontro pubblico in difesa del divorzio». Una battaglia vinta, com’è noto, il 13 maggio 1974. «Di quel gruppo, alcuni continuarono a incontrarsi – spiega – e decidemmo che era il caso di creare un luogo dove parlare di sessualità. Allora era un tabù». Ed ecco la costituzione del primo consultorio Aied in regione tramite Adele Faccio: a Pordenone arrivò ancora prima della legge istitutiva dei consultori pubblici, nell’aprile del ’75. A Udine, da dove arrivava un terzo dell’utenza pordenonese, bisognerà aspettare il ’78.

Iniziata con alcuni volontari formati da consulenti arrivati da Milano, l’attività dell’Aied si è evoluta nel tempo con l’ingresso di professionisti. Oggi a Pordenone l’associazione segue più di 400 donne gravide ogni anno: un risultato frutto di una collaborazione stretta tra pubblico e privato sociale. All’inizio, però, l’arrivo dell’Aied in città destò scalpore.

«Eravamo in piazza Ellero, un appartamento al sesto piano che ci era stato affittato da un alto dirigente della Zanussi – ricorda Puiatti – e la maggior parte dell’utenza era composta da ragazze giovani, quasi tutte lì per la contraccezione. All’inizio c’è stata la rivolta del condominio: “Ingegnere, una persona seria come lei, come fa a dare la casa a questa gente qua?” si chiedevano. Nel ’76 portammo nei Comuni terremotati un ambulatorio mobile prestatoci da Milano».

Erano anni di impegno per cambiare il destino delle donne rispetto a una situazione che Puiatti ricorda come «tragica». «Allora le donne erano costrette a fare 6, 7, anche 10 figli, specie nel Meridione o nelle campagne. E decine di migliaia di loro morivano ogni anno per gli aborti clandestini». Intervenire in quella situazione non fu facile. «Il primo aborto a Pordenone, nel ’78, fu quello di una donna che accompagnammo noi: aveva poco più di 40 anni, 7-8 figli. È stata in ospedale quattro giorni per poter abortire perché, nonostante ci fosse la legge, l’allora primario disse che mai in ospedale a Pordenone si sarebbero fatte interruzioni di gravidanza. Occupammo una stanza e dopo quattro giorni arrivò un medico dal Burlo di Trieste per il primo aborto. Questo era il clima di quegli anni».

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