In Fvg torna la zona rossa, il grido di dolore e il timore dei negozianti di Udine: così chiuderemo per sempre

UDINE. Il ritorno della zona rossa in Friuli Venezia Giulia, in alcuni comparti, spaventa più dell’emergenza sanitaria. Gli operatori economici, ormai, sono allo stremo, in balia di aperture a singhiozzo e ristori non sufficienti a coprire nemmeno una minima parte dei costi fissi.

Qualcuno è rassegnato, altri hanno il timore che se la situazione si protrarrà ancora, le serrande resteranno abbassate in maniera definitiva. Da Tarvisio a Udine, da Tolmezzo a Palmanova, il leitmotive è sempre lo stesso: dopo un anno di sacrifici la situazione non è migliorata.

Ormai, però, le scorte, soprattutto economiche, si stanno esaurendo, e la luce in fondo al tunnel è ancora difficile da scorgere. I più penalizzati, a Udine come in provincia, saranno le estetiste, i barbieri e le parrucchiere, costretti a tenere chiuso, come minimo, per due settimane. Un po’ meglio andrà a bar e ristoranti, che potranno aggrapparsi all’asporto per tentare di fare qualche scontrino.

«Lo Stato, a causa delle scelte prese durante questa pandemia, ci ha indebitato – sostiene Armando Zimbardo, titolare del bar Ai Bagni di piazzale XXVI Luglio – quindi ora non possiamo permetterci di mollare, ma non è facile andare avanti».

Già questa settimana il bar è rimasto chiuso nel pomeriggio, visto che di persone, in giro, ce ne sono poche. E la prossima settimana le cose non potranno che peggiorare. Valeria Fabris gestisce il Wake Up Cafè di viale Venezia, si chiede che senso ha continuare a tenere aperto se la gente non ha la libertà di spostarsi.

«È sbagliata l’impostazione dell’emergenza: prima avrebbero dovuto arrivare i ristori, poi ci potevano essere le chiusure. Fino a oggi sono mancate certezze e programmazione».

Marcella Migai è la titolare del bar Glass di via Sarpi. Anche lei propende per chiudere tutto piuttosto di continuare a lavorare a singhiozzo: «Nell’ultima settimana di clienti ne abbiamo visti pochi: prima il calo era dovuto allo smart working, ora con l’aumento dei contagi, di gente ce n’è ancora meno perché molti sono positivi o in quarantena.

Non vedo l’ora di uscire da questa situazione, perché dopo un anno di sacrifici non ce la facciamo più».

Francesca Beltrame gestisce il bar Pirelli di Basaldella: «Proveremo qualche giorno a lavorare in zona rossa, per capire se ne vale davvero la pena. Altrimenti chiuderemo».

Gli umori sono decisamente negativi anche in provincia. Anzi, qui forse è ancora più complicato sostenere un anno di chiusure forzate. Lo sa bene Vito Anselmi, che a Tarvisio, con il suo hotel Il Cervo, sta vedendo vanificati gli investimenti fatti negli anni a causa dell’emergenza: «Se continuiamo così saremo destinati a chiudere».

Un territorio, quello della montagna, che paga l’azzeramento di un’intera stagione invernale. Non va meglio in Carnia, dove Michel Copiz, gestore del bar Manzoni in piazza XX settembre a Tolmezzo, non nasconde le difficoltà del momento: «Dopo questi mesi esasperanti, credo che la riflessione logica sia chiudere e dedicarsi ad altro».

Spostandosi a Cividale, nel centro benessere di Barbara Giustino, e a Palmanova nel Centro estetico Holliwood di Romina Tomasin, Stefania Tomasini e Sara Fontanini, i timori restano gli stessi.

  • L’esercente: «Sopravvivo solo grazie ai tabacchi»

La mia attività sopravvive solo perché, oltre al bar, ho i tabacchi. Altrimenti non riuscirei nemmeno a pagare le bollette con le entrate degli ultimi tempi». Patrizia Gobbo è la titolare del bar Barkola, nome per eccellenza per un locale che si trova in viale Trieste.

«Siamo pronti al peggio dalla prossima settimana – chiarisce – in quanto se viene tolta la libertà di spostamento alle persone, è chiaro che la prima cosa da eliminare sarà il caffè da asporto, trattandosi più di un piacere che di una necessità».

«La gente ormai ha paura a stringersi la mano e ad abbracciarsi – afferma Gobbo – e tutto quello che fino all’anno scorso era un piacere sta diventando motivo di sofferenza. Questo Covid non ci sta creando problemi solo di natura economica, ma anche sociale. Vedo molta angoscia in giro».

È consapevole che senza dipendenti a carico, la sua situazione sia migliore rispetto a quella di molti colleghi: «In tanti non ce la fanno più ad andare avanti».

  • La barista: «Proveremo a tenere aperto e poi vedremo»

«Proveremo qualche giorn a lavorare in zona rossa, per capire se ne vale davvero la pena. Altrimenti chiuderemo». Francesca Beltrame gestisce il bar Pirelli di Campoformido. Un luogo di passaggio che prima della pandemia era piuttosto frequentato.

«Per fortuna il locale è di proprietà, quindi non abbiamo problemi legati all’affitto. Però valuteremo se converrà restare aperti in zona rossa, visto che le spese fisse comunque ci saranno».

Beltrame non nasconde un certo disappunto per la situazione venutasi a creare: «È difficile lavorare così, perché è passato un anno e siamo nella stessa situazione. Adesso si parla dei ristori, ma anche se qualcosa arriverà, non sarà mai sufficiente a coprire i mancati introiti e tutto il lavoro perso in questo anno.

Credo che l’emergenza avrebbe dovuto essere gestita meglio – prosegue Beltrame – dandoci la possibilità di lavorare con continuità pur nel rispetto delle restrizioni anti-Covid». Il calo di clienti è notevole, e durante queste settimane di zona arancione, lo è stato ulteriormente. A mancare sono stati soprattutto i pendolari del lavoro.

  • L’albergatore: «Da ottobre dipendenti senza aiuti»

«Non c’è via di mezzo. Proseguendo di questo passo si chiude tutto». Lo sfogo è del decano degli albergatori di Tarvisio, Vito Anselmi, proprietario dell’Hotel Il Cervo, il più importante in Valcanale.

«Le continue incertezze hanno pesato parecchio sulle attività alberghiere e di ristorazione, che sono state le più massacrate, e adesso potrebbe arrivare il colpo di grazia per più d’una attività in sofferenza continua». Anselmi è anche preoccupato per i suoi dipendenti.

«Attualmente 26 sono in cassa integrazione e da lunedì sono costretto ad aggiungere a questi anche la decina tenuta per mantenere in attività l’albergo.

Da ottobre chi ha diritto non percepisce l’assegno della cassa integrazione e mi fa tanto male sapere quanto soffrono i miei dipendenti e le loro le famiglie, mi preoccupo più per loro che per il mio futuro. Non c’è che augurarsi che anche i miei colleghi riescano a superare questa difficile situazione». —

  • L’imprenditore «I nuovi decreti segnano la fine per molti»

«Per anni ho lavorato in una multinazionale, desiderando di rientrare nel mio territorio e poterci vivere e lavorare. Sono riuscito a realizzare questo progetto ma, dopo questi mesi esasperanti, credo che la riflessione logica sia chiudere e dedicarsi ad altro».

Amarezza e rabbia nelle parole di Michel Copiz, imprenditore carnico di 42 anni, eccellenza del settore alberghiero e gestore dello storico bar Manzoni in piazza XX settembre a Tolmezzo, che aveva risollevato dal fallimento nel 2017.

«I nuovi decreti sono la tappa finale di un Calvario che ci sta portando alla rovina – constata Copiz con rammarico –. La mia preoccupazione va ai miei dipendenti, spaesati sul futuro e senza garanzie per le loro famiglie.

Dietro ad ogni scelta politica, ci sono effetti reali sulla vita di chi ogni giorno deve fare i suoi conti. Abbiamo perso tutte le occasioni di guadagno che nell’anno rappresentavano il nostro “ossigeno”. Tasse e spese del periodo ci sono state solo posticipate. Sarà la fine per molti».

  • La titolare di un’attività: «La chiusura? Ci condanna

Già il primo lockdown era stato «un fulmine a ciel sereno», non mitigato dai sostegni economici promessi. Ora la nuova chiusura, conseguente all’ingresso del Fvg in zona rossa, da lunedì, ha il sapore di una condanna, che non lascia intravedere «alcuna garanzia per il futuro».

L’imprenditrice Barbara Giustino, titolare del centro estetico e benessere Line Harmony, che ha sede nel cuore di Cividale, non nasconde il pessimismo. «Dopo 18 anni investiti nella mia attività – dichiara – affrontare il blocco della scorsa primavera era stato durissimo. Nel supporto al mio ruolo di imprenditrice e madre single nulla ha funzionato come doveva.

Se non fosse stato per mio padre non avrei potuto fare nemmeno la spesa». «Da persone serie, che si sentono parte di una comunità – dice, riferendosi alla sua famiglia –, avevamo pagato fornitori e personale. Poi siamo ripartiti, ma questo nuovo stop è troppo per le nostre forze».

  • Centro estetico ancora fermo: «Noi a Pasqua lavoriamo bene»

«Adesso chiudiamo, sperando sia solo per 15 giorni, se la chiusura si prorogherà non sappiamo quello che faremo». A dirlo sono Romina Tomasin, Stefania Tomasini estetiste, e Sara Fontanini naturopata e reflessologa plantare: tre ragazze con partite Iva che gestiscono il Centro estetico Hollywood di Palmanova, che a seguito dell’indizione della “zona rossa” si trovano costrette a chiudere la propria attività.

La sorella di Romina, Marzia, durante il primo lockdown ha chiuso il negozio di parrucchiera “Rodeo Drive”. Come raccontano Romina e Stefania, «chiudere prima di Pasqua, quando la nostra stagione professionale inizia, è durissima già con il passaggio della regione a “zona arancione” siamo state fortemente penalizzate andando in perdita: questa ennesima chiusura non ci voleva.

Nell’altro lockedown l’attività e stata in stand by per 70 giorni, ma poi abbiamo riaperto fiduciose: ora chiudiamo nel momento in cui avremmo dovuto ripartire alla grande: è sconsolante e triste».

  • «Non incassiamo abbastanza nemmeno per pagare le spese»

«Magari avessi la possibilità di scegliere, ma non è così, Bisogna andare avanti e tenere duro». È amareggiato Armando Zimbardo (nella foto), titolare del bar Ai Bagni di piazzale XXVI Luglio, stanco dei continui cambiamenti tra zona gialla, zona arancione e zona rossa.

«Ormai lo Stato, a causa delle scelte prese durante la pandemia, ci ha indebitato – aggiunge – quindi ora non possiamo permetterci di mollare, ma non è facile andare avanti. Noi siamo più fortunati di altri avendo anche l’edicola, ma non sono né i giornali né i caffè da asporto a farci campare».

In queste settimane di fascia arancione, il bar Ai Bagni è rimasto aperto solo al mattino: «Nel pomeriggio le persone sono poche, la prossima settimana sarà ancora peggio. Teniamo aperti per cosa? Per incassare 20 euro con i caffè e avere 50 euro di spese? È un anno che andiamo avanti con questa situazione, non se ne può più. Stiamo facendo un sacrificio enorme».

Zimbardo è convinto che solo i vaccini potranno risolvere una volta per tutte la situazione: «Solo con i vaccini la gente non avrà più paura a uscire». —

  • «Se la gente non si sposta, allora è meglio non aprire»

«I clienti sono diminuiti, ma le spese sono rimaste. Non siamo in un bel momento». Valeria Fabris gestisce il Wake Up Cafè di viale Venezia. Anche per lei la zona rossa farà aumentare i disagi e le ansie per una ripartenza che si fa fatica a intravedere.

«Se la gente non potrà spostarsi, che senso ha continuare a tenere aperto? – si chiede Fabris –. È sbagliata l’impostazione dell’emergenza: prima avrebbero dovuto arrivare i ristori, poi le chiusure. Fino a oggi sono mancate certezze e programmazione».

  • «Il momento più difficile, ormai siamo rassegnati»

Per il salone “Il tocco” di via Pradamano oggi sarà l’ultimo giorno di lavoro. Poi l’attività dovrà fermarsi per la zona rossa. «Non ci sorprendiamo nemmeno più, ormai siamo rassegnati», confessa la titolare, Antonella Gremese, mentre volumizza i capelli di una cliente.

«Bisogna tenere duro perché non ci sono alternative – aggiunge – mi auguro che questa volta almeno serva a qualcosa. Dall’apertura, sei anni fa, questo è il momento più difficile».

  • «Al salone un calo del 50% con l’addio alle cerimonie»

Il sopraggiungere della zona rossa ha creato un certo caos nella programmazione dell’agenda del salone “Morena capelli”, nel quartiere dei Rizzi.

«Ci aspettavamo una zona arancione durante la settimana e rossa nel weekend – ammette la titolare, Morena Monte – e invece abbiamo dovuto anticipare a sabato tutti gli appuntamenti della prossima settimana. Non si possono sempre fare le cose all’ultimo istante, senza un minimo di preavviso. Nel nostro lavoro la programmazione è determinante: lavorare così è davvero complicato».

Monte ricorda con nostalgia il periodo che precedeva Pasqua: «Fino a qualche anno fa si lavorava molto non solo per la Pasqua, ma per l’avvio delle cerimonie, dai matrimoni alle comunioni. Oggi questi tipo di attività è scomparsa e il nostro fatturato, anche a causa delle restrizioni negli spostamenti, è diminuito di almeno il 50%».

Eppure la sicurezza, nel salone dei Rizzi, è massima: «Osserviamo scrupolosamente il protocollo, e abbiamo uno spazio ampio per garantire il distanziamento necessario per noi operatori e per i clienti»


 

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