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Leggere Dante fa bene, è il migliore antidoto a questo nostro tempo buio

UDINE. Chi era davvero Alighieri Durante, detto Dante? In quale famiglia nacque, cosa studiò, come visse la politica e l’amore per la scrittura l’autore della Divina Commedia?

Il 25 marzo, data che gli studiosi individuano come inizio del viaggio ultraterreno della Divina Commedia, si celebra per la prima volta il Dantedì, la giornata dedicata a Dante Alighieri recentemente istituita dal Governo. ‪L’appuntamento è per le 12 di giovedì,  orario in cui siamo tutti chiamati a leggere Dante e a riscoprire i versi della Commedia. Il Ministero dell’Istruzione ha invitato docenti e studenti a farlo durante le lezioni a distanza.

Ma la richiesta è rivolta a ciascun cittadino. E le 12 saranno solo l’orario di punta: le celebrazioni, seppur a distanza, potranno proseguire durante tutta la giornata sui social, con pillole, letture in streaming, performance dedicate a Dante, con gli hashtag ufficiali #Dantedì e #IoleggoDante.

Un’iniziativa necessaria. La Poesia letta ad alta voce, come un mantra, diffusa ovunque, specie sui social, è il migliore antidoto a questo nostro tempo buio. 

Si è detto molte volte che Dante, effigiato con la corona di alloro e perennemente corrucciato, era un uomo “del suo tempo”. E questa è la prima lezione. Gli artisti non precorrono i tempi, nessuno nasce “prima del tempo”, nemmeno i geni che sono piuttosto prodigiose antenne in grado di captare, tradurre ed elevare i segnali emessi dalla Storia.

Per questo andrebbero ascoltati e onorati. Sappiamo che Dante nacque nel 1265 e che morì nel 1321, il 14 settembre. Firenze gli diede i natali mentre nel cielo brillava la costellazione dei gemelli. Figlio di usurai? Si, certamente. La Chiesa condannava tale pratica ma i soldi, anche nel medioevo, dovevano girare. Sappiamo che aveva individuato come male della politica l’orgoglio, cioè quella incapacità, purtroppo largamente praticata, di pensare l’uomo in relazione con il mondo, di saper misurare le cose. 

Dante trascorre in esilio vent’anni. L’esilio è una perdita, perdita dello spazio della città natale. Smarrire la diritta via equivale a morire. Ma Dante non si perde, la sua coscienza, Virgilio, è con lui. Ulisse, l’altro illustre viaggiatore, muore perduto. E’ l’umiltà che li distingue e la volontà di condividere l’esperienza, che non può restare individuale, “l’ardore a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore”, deve, per Dante, diventare patrimonio anche “de’ suoi compagni”. L’esperienza individuale va condivisa con molti, perché non ci si salva da soli.

La metaforizzazione dell’esilio nel viaggio della Comedía, suggerisce che attraverso la scrittura o l’analisi (che è una forma di scrittura contemporanea),  le ferite posso essere ricomposte. La pulsione verso l’eternità, assicurata dall’arte, consente all’uomo – poeta di ricomporre la frattura storica  e la disgregazione esistenziale che l’esilio ha prodotto. Non altra via, per riveder le stelle.

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