Carabiniere accusato di spaccio di droga, il pm: condannatelo a nove anni

TOLMEZZO. Quell’inchiesta fu come una bomba che rade al suolo secoli di certezze. Bisognava procedere e si procedette. Ma con la morte nel cuore, perché il tradimento dei tuoi stessi uomini, i più stretti e fidati, uccide più di qualsiasi attacco nemico.

Con uno di loro, l’ex comandante del Norm di Tolmezzo, Demetrio Condello, la giustizia ha già fatto il suo corso: pena patteggiata in 4 anni di reclusione e 18 mila euro di multa.

Con l’altro, l’ex brigadiere Silvestro Giamblanco, che del luogotenente era il braccio destro e che è stato chiamato a rispondere con lui di concorso in spaccio e peculato, la resa dei conti è cominciata martedì 23 marzo, con la discussione del processo e la richiesta di condanna a 9 anni di reclusione e 30 mila euro di multa.

Richiesta formulata dallo stesso pm che dieci anni fa, quando il caso scoppiò con l’arresto dei due carabinieri, visse sulla propria pelle, al fianco dell’allora procuratore Giancarlo Buonocore, il peso di quelle indagini.

«A meno che non si voglia aderire alla versione enfatica dei fatti resa alla scorsa udienza dall’imputato – ha concluso il magistrato –, che si è detto calunniato e privato di una carriera professionale che vanta essere stata specchiata, ritengo che le testimonianze raccolte siano sufficienti a dimostrare la veridicità delle accuse».

A puntare il dito contro Giamblanco, oggi 53enne, di Buja, erano stati proprio Condello, seppure soltanto in un secondo momento, e il suo stesso informatore, ossia la persona alla quale, insieme, avrebbero consegnato la sostanza stupefacente sequestrata nel corso di operazioni antidroga condotte, per lo più, in occasione del Rototom (e per la quale era stata disposta la distruzione), affinché la rimettesse sul mercato e restituisse a loro le somme ricavate.

«Le deposizioni comprovano in modo pieno la sua responsabilità», ha detto nella requisitoria il pm, ricordando, tra gli altri, il momento in cui l’informatore decise di «darci un taglio e vuotare il sacco», si confidò con un amico carabiniere che lo consigliò di denunciare tutto e, «ingegnandosi», registrò due file che consegnò poi insieme allo stupefacente a un agente della polizia di Tolmezzo.

E se è vero che il 2 agosto 2011, quando scattò il blitz che incastrò Condello nel momento in cui si presentò all’appuntamento con l’informatore per il ritiro del denaro, lui non c’era, questo – secondo la pubblica accusa – non significa niente.

Il coinvolgimento di Giamblanco, qualora non bastassero le testimonianze - comprese quelle dei genitori e dell’allora compagna dell’informatore -, troverebbe conferma anche in almeno due affermazioni. «Bon, bon, dai, passeremo» e «Non fare fesserie, senno ti ammazziamo», disse Condello al loro spacciatore, parlando a nome di entrambi e non certo per usare un plurale maiestatis, ha sostenuto il pm.

Che ha concluso chiedendo anche l’assoluzione per due ipotesi di peculato. La difesa, rappresentata dall’avvocato Maurizio Conti, discuterà all’udienza del 30 marzo. Poi, con ogni probabilità, il tribunale presieduto dal giudice Paolo Milocco (a latere i colleghi Rossella Miele e Nicolò Gianesini) rinvierà per le repliche e la lettura della sentenza a una nuova udienza, in aprile. —
 

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