Contenuto riservato agli abbonati

Accusato di aver lucrato sulla droga sequestrata, il carabiniere si difende: «Parole inattendibili»

Chiusa la discussione del processo all’ex brigadiere di Buja. L’avvocato ha insistito sull’assenza di riscontri esterni e chiesto l’assoluzione

TOLMEZZO. «La pubblica accusa ha scelto di giocare le sue carte basandosi esclusivamente su due chiamate in correità. Astenendosi, quindi, dal ricercare un riscontro esterno a esse e, anzi, schivandolo con la massima attenzione, per timore non soltanto che potesse condurre a un risultato negativo, ma che finisse addirittura per entrare in contrasto netto con quanto sostenuto». Il cuore della vicenda processuale, quella che vede l’ex brigadiere Silvestro Giamblanco, 53 anni, di Buja, a processo per spaccio e peculato, in relazione alla sostanza stupefacente che insieme all’allora comandante del Norm di Tolmezzo, Demetrio Condello, avrebbe fatto rivendere dopo averla sequestrata nel corso di operazioni antidroga condotte, per lo più, in occasione del Rototom, secondo la difesa sta tutto qui.

«Un’impostazione accusatoria arroccata attorno a due sole deposizioni, entrambe soggettivamente e intrinsecamente inattendibili», ha detto l’avvocato Maurizio Conti, all’inizio delle oltre due ore e mezza di arringa che, ieri, hanno chiuso la discussione in cui il pm di Udine, Luca Olivotto, alla precedente udienza, aveva chiesto la condanna dell’imputato a 9 anni di reclusione. Perché a renderle, prima e durante il processo a Giamblanco, sono stati lo stesso Condello (che nel 2012 ha patteggiato 4 anni di reclusione), «con una confessione che – ha affermato il difensore – di spontaneo non aveva niente», e il suo informatore, ossia la persona cui i due carabinieri avrebbero consegnato la droga da spacciare.


Fu proprio quest’ultimo il primo a tirare in ballo Giamblanco, quando, nell’estate del 2011, decise di rivolgersi alla polizia. «Lo fece perché era arrabbiato con lui, che per tanto tempo aveva chiuso un occhio, in cambio della sua collaborazione, ma che di fronte all’introduzione da Santo Domingo di un’ingente quantitativo di cocaina, non aveva potuto non procedere – ha detto l’avvocato Conti –. E così, dopo la notifica di un avviso orale del questore, decise di giocare d’anticipo e di bruciarli entrambi». Ovviamente, in cambio di un tornaconto personale. «L’udienza preliminare per quell’importazione di cocaina non è stata ancora celebrata – ha osservato il legale – e in questo processo proprio lui, che dei 9 episodi di cessione in contestazione sarebbe stato l’autore, non compare».

Ed è proprio sui quantitativi di droga indicati nel capo d’imputazione che la difesa si è soffermata, per rilevare una discrasia nei calcoli. Perché se sono 2,8 i chili di hascisc e 150 i grammi di cocaina che sarebbero stati ceduti da Giamblanco e Condello (ipotesi di spaccio) e se dall’ufficio di Tolmezzo risultano invece spariti 750 grammi di hascisc e 43 grammi di cocaina (ipotesi di peculato), «allora significa che avevano un’altra fonte di approvvigionamento», ha concluso il difensore. E significa anche che «Condello, pur di uscire dal carcere, ha ammesso tutto, al punto da autocalunniarsi».

All’inizio, all’indomani del suo arresto in flagranza nel blitz del 2 agosto 2011, l’ex comandante nulla disse di Giamblanco. «Fu il procurarore a promettergli domiciliari e servizi sociali in cambio della collaborazione – ha ricordato Conti –. La verità è quella che Condello scrisse nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere in una lettera al suo avvocato: “Ho fatto tutto da solo”, gli giurò. Il resto è una deposizione resa sotto lo spettro di una vita rovinata».

Scontata la richiesta: assoluzione «per non aver commesso il fatto». La sentenza del collegio, presieduto dal giudice Paolo Milocco (a latere, Rossella Miele e Fabrizio Carducci) è attesa per il 13 aprile. —
 

Banana bread al cioccolato

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi