Un anno fa il picco di contagi durante il lockdown, ma in Fvg oggi i numeri sono sei volte superiori

UDINE. Eravamo stupiti e spaventati: i numeri crescevano e sembravano fuori controllo, l’epidemia stava toccando il suo picco anche in Friuli Venezia Giulia, procurando lutti e dolore.

Il lockdown imposto dal Governo Conte ci teneva tutti in casa. Un anno fa i numeri dei nuovi contagiati toccavano il massimo nell’ultima settimana di marzo (chiusa con domenica 29) e nella prima di aprile (terminata domenica 5) rispettivamente con 606 e 568 nuovi positivi.

A distanza di un anno guardiamo quei conteggi con occhi diversi: adesso il bilancio settimanale è anche sei-sette volte superiore a quello di un anno fa. La settimana scorsa nella nostra regione i nuovi positivi sono stati 4.443. Domenica potremmo chiudere i sette giorni calando ancora: le proiezioni parlano di circa 3.600 nuovi malati.

Anche le drammatiche cifre che riguardano i decessi sono esplose da un anno all’altro. Nel 2020, la prima fase della pandemia registrò come punta negativa i 14 morti in un giorno (il 20 aprile). Ora siamo purtroppo abituati a contare dalle 15 alle 30 vittime in un solo giorno. Tanto che la scorsa settimana abbiamo dovuto assistere a 138 decessi.

Per comprendere a fondo la portata di quello che anche la nostra regione ha dovuto subire basta guardare un grafico. Il colpo d’occhio è impressionante: la tragedia che abbiamo vissuto nella primavera del 2020 è rappresentata con istogrammi appena percettibili a confronto delle imponenti rappresentazioni della diffusione del coronavirus da ottobre a oggi.

In questa pagina, in alto, è esemplificativo lo studio realizzato dal professor Vincenzo Della Mea, docente di Informatica medica del dipartimento di Scienze matematiche, informatiche e fisiche dell’università degli studi di Udine. Gli istogrammi (le colonnine di colore rosso) indicano i nuovi contagiati in una settimana. La crescita dall’autunno a oggi è evidente. Le dimensioni dell’ondata di contagi a cui abbiamo dovuto far fronte dopo l’estate non era forse immaginabile.

«Purtroppo con il passare dei mesi abbiamo imparato a conoscere un fenomeno fino ad allora mai visto – sottolinea l’assessore regionale alla salute Riccardo Riccardi – e se il virus nella prima fase aveva parzialmente risparmiato alcuni territori, dall’autunno in poi li ha invece colpiti di più.

Un fenomeno che si è ripresentato anche all’interno delle regioni: da noi, per esempio, in primavera era stata più colpita Trieste, mentre in autunno sono state Pordenone e Udine a subire maggiormente l’incidenza del Covid. Il contagio alla fine si è distribuito.

Prima influiva molto la densità abitativa, poi le misure restrittive hanno modificato i meccanismi di contagio, tanto che i maggiori focolai sono diventati le famiglie, mentre in precedenza erano alcuni luoghi».

«Inoltre c’è stata anche una forte mutazione che ha impresso più velocità alla diffusione del virus – prosegue l’assessore – . Nel caso del Friuli Venezia Giulia hanno pesato pure fattori geografici, come i confini. Altro elemento importante in questi dodici mesi è stata la mobilità delle persone, che nella prima fase erano state molto più rispettose».

A dover sostenere l’impatto di questo anno così problematico è stato fin dall’inizio il sistema sanitario regionale. «Anche nei momenti di maggior difficoltà il sistema sanitario ha dato sempre una risposta importante – evidenzia Riccardi – . In questo momento, poi si stanno sovrapponendo lo screening sanitario e la campagna vaccinale, con personale che al di là delle promesse di rinforzi non è aumentato di molto.

In questo momento siamo terzi in Italia dopo Val d’Aosta e Piemonte, come conferma anche lo studio della fondazione Gimbe, per quanto riguarda le persone a cui è stata somministrata anche la seconda vaccinazione». In Val d’Aosta infatti il 6,8 per cento della popolazione ha completato il ciclo vaccinale con le due iniezioni. Subito dopo c’è il Piemonte con il 6,6 per cento. In terza posizione il Friuli Venezia Giulia e il Molise con 6,5 per cento. Subito dopo c’è l’Emilia Romagna con il 6,4 per cento.

Per capire quanta sia alta la pressione sugli ospedali basta confrontare i dati del 2020 con quelli di quest’anno. Secondo uno studio della Regione, il 3 aprile 2020 nelle terapie intensive degli ospedali del Friuli Venezia Giulia erano ricoverate 61 persone, mentre ieri – a un anno di distanza – i pazienti erano 81.

Ancora più spiazzante il confronto fra le aree mediche degli ospedali regionali che il 29 marzo 2020 ospitavano 236 pazienti mentre il 29 marzo 2021 i malati erano addirittura 680. Numeri molto diversi che per l’ennesima volta fanno capire cosa stia accadendo oggi negli ospedali regionali.

«Ora però – prosegue l’assessore Riccardi – bisogna considerare che la risposta sanitaria non può essere soltanto quella al Covid. Ci sono tutte le altre specialità che in parte sono rimaste ferme nei vari ospedali del Friuli Venezia Giulia e devono ripartire al più presto».

«L’esperienza che abbiamo accumulato in questi mesi deve essere di lezione – aggiunge Riccardi – . Ci sono tre considerazioni principali da fare. La prima: l’Europa non può essere ostaggio di fornitori che ci hanno messo per due volte in difficoltà durante la pandemia, ossia in occasione del reperimento degli strumenti di protezione individuale (mascherine, camici, ecc.) e poi dei vaccini.

La seconda: la cultura “ospedalecentrica” non funziona. Le strutture intermedie sono assenti. È necessario un riassetto della sanità pubblica e della medicina territoriale con forti investimenti sulle cure intermedie. Bisognerà sviluppare anche la telemedicina per riuscire a tenere a casa le persone e curarle in sicurezza.

Per far funzionare tutto ciò sarà anche indispensabile una forte accelerazione della digitalizzazione per poter favorire il flusso dei dati. La terza: serve una grande riflessione sul capitale umano che è il primo investimento per la sanità pubblica.

Abbiamo bisogno di nuove regole. Abbiamo giovani straordinari e non è possibile che accedano alla professione medica dieci anni dopo i coetanei degli altri Paesi. Abbiamo una grande forza che ho potuto valutare e conoscere da vicino in tutti questi mesi: il nostro personale sanitario e i volontari. Tutto questo va valorizzato». —

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