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Calunniò tre finanzieri, pena ridotta all’avvocato Tutino

UDINE. La Corte d’appello di Trieste ha confermato la responsabilità penale di Santo Tutino, avvocato di 70 anni, residente a Pozzuolo del Friuli, e del suo primogenito Simone, consulente del lavoro di 42 anni, di Udine, in relazione all’accusa di concorso in calunnia ai danni di tre finanzieri che la Procura di Udine aveva contestato loro.

La decisione, pronunciata ieri dal presidente e giudice relatore Mimma Grisafi (a latere, i colleghi Igor Maria Rifiorati e Anna Fasan) dopo tre ore di camera di consiglio, è tuttavia passata attraverso una parziale riforma della sentenza che il tribunale di Udine aveva emesso l’8 novembre 2018: per il solo legale, la pena è stata ridotta da 1 anno e 10 mesi a 1 anno e 6 mesi di reclusione (sospesa con la condizionale) e l’entità del risarcimento dei danni dallo stesso dovuto a ciascuno dei militari è stata rideterminata da 2.500 a 1.500 euro. Il collegio ha infatti ritenuto il secondo dei due episodi contestati nel capo d’imputazione assorbito dal primo.


Restano invariati, invece, la condanna a 1 anno e 6 mesi (pure sospesa con la condizionale) inflitta dal giudice di primo grado al figlio, così come l’importo di 1.500 euro che a sua volta dovrà versare ai finanzieri, tutti della tenenza di Palmanova e costituitisi parte civile con l’avvocato Enrica Lucchin. Anche il sostituto procuratore generale, Luigi Leghissa, aveva concluso la discussione chiedendo la conferma delle condanne. I difensori, avvocati Massimo Cescutti (per Santo) e Francesca Tutino (per il fratello Simone) avevano invece insistito per l’assoluzione, ribadendo quanto sostenuto in primo grado. Ossia che entrambi gli imputati «si erano limitati a segnalare il comportamento anomalo dei militari».

Al centro della vicenda giudiziaria, la verifica fiscale eseguita dalla Guardia di finanza allo studio legale di via Vittorio Veneto il 9 ottobre 2013, e le denunce che ne seguirono alla Procura di Udine e alla Procura militare di Verona per segnalare quello che gli imputati descrissero come una «perquisizione abusiva» e «l’asporto illecito di files memorizzati sui pc». Accuse che il pm Marco Panzeri ritenne formulate «pur sapendo i finanzieri innocenti e con una chiara impronta ritorsiva». 

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