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Dai numeri bassi della prima ondata alle impennate della variante inglese: un cittadino su dodici contagiato in regione

Tredici mesi di pandemia: dai numeri bassi della prima ondata, alle impennate d’autunno e della variante inglese. Quasi la metà di tutti gli infetti in provincia di Udine, che ha pagato il prezzo più alto anche in fatto di vittime



UDINE. Centomila contagi. Fa impressione solo evocarlo, quel numero tondo a tanti zeri. Eppure, qui in Friuli Venezia Giulia, ci siamo arrivati. Dopo una rincorsa durata più di 13 mesi e un’accelerazione impetuosa da gennaio in poi, quando la seconda ondata del Covid ha prodotto i suoi effetti peggiori e intanto, evaporata un’illusoria tregua di febbraio, le braci covavano sotto la cenere per dare il “la” alla terza ondata. Che solo adesso pare affievolirsi, anche se la regione da quattro settimane è in zona rossa, che prevede le restrizioni delle libertà individuali ed economiche più gravose.

Centomila contagiati dal virus resta un numero imponente: per la precisione 18.965 a Trieste, 48.278 a Udine, 19.541 a Pordenone, 12.118 a Gorizia e 1.114 da fuori. Vuol dire che un residente su 12 di questo territorio ha avuto contatto diretto con il Covid. E quindi è finito nel vortice che prevede tampone, presa in carico dal Dipartimento di prevenzione, isolamento domiciliare, cortisone e saturimetro. Fino all’arrivo del messaggino che annuncia “tampone negativo”, una sorta di liberazione dopo ansia e batticuore. Un percorso che può durare 9 giorni, ma anche 14 o 28, dipende da quanto tempo una persona ci mette per “ripulirsi” dal Covid. Nei casi più gravi è stato necessario il ricovero in ospedale: accettazione, destinazione al reparto (pneumologia, medicina d’urgenza, malattie infettive), ossigenazione. E scorrono ancora davanti agli occhi le ambulanze in coda al Pronto soccorso del Santa Maria della Misericordia di Udine, con dentro i pazienti Covid in attesa di cure e un letto. Una parte, piccola, di quei 100 mila ha avuto bisogno perfino della ventilazione meccanica per combattere l’insidia del virus venuto da Oriente.

E più di 3.400 uomini e donne (il numero è aggiornato a ieri, ma è destinato a crescere ancora) non ce l’hanno fatta, perdendo la battaglia. Tantissimi anziani – nella prima ondata del marzo-maggio 2020 furono le case di riposo a pagare il prezzo più alto -, ma non solo. Parecchi settantenni (e alcuni sessantenni o più giovani ancora) che fino al giorno prima erano in perfetta forma, senza alcuna patologia, hanno dovuto arrendersi. La variante inglese, ormai predominante in Friuli Venezia Giulia, ha reso più “cattivo” e contagioso il virus, contribuendo a gonfiare il bilancio della pandemia.



La prima ondata
Tra marzo e maggio del 2020, quando le province di Bergamo e Brescia piangevano centinaia di morti e il Covid 19 aveva gettato nel panico tutta l’Italia, il Friuli Venezia Giulia sembrava quasi un’isola felice, al riparo dagli effetti più devastanti. Certo alcune case di riposo (Mortegliano e Paluzza, e numerose a Trieste) erano state colpite pesantemente. Ma sembrava che tutto fosse circoscritto a quei luoghi, dove vivevano 80enni o 90enni spesso fragili e in precarie condizioni di salute. Le cronache riportavano le testimonianze di medici e infermieri infettati o di qualche giovane che dopo 40 giorni non riusciva a guarire. La barriera dei mille positivi fu oltrepassata il 25 marzo 2020, mentre il 29 aprile si toccò il numero di 3 mila contagiati. Cifre bassissime, rispetto ai numeri ai quali ci siamo assuefatti in questi ultimi mesi. Basti pensare che per raggiungere 4 mila contagiati trascorse praticamente tutta l’estate, e quella cifra tonda fu toccata il 9 settembre. E ci volle esattamente un altro mese ancora, per totalizzare 5 mila contagiati. A quella data, 10 ottobre, praticamente l’epilogo della prima ondata, si contavano 355 vittime.



L’impennata d’autunno
A fine ottobre la situazione nel Paese comincia a farsi più seria. Il governo Conte, dal 24 ottobre, istituisce il coprifuoco alle 22 (misura in vigore ormai da quasi 6 mesi) e chiude i ristoranti di sera. L’Italia diventa a colori, gialla, arancione o rossa, a seconda della gravità dell’epidemia, con restrizioni più o meno severe, che abbiamo imparato a mettere in pratica. Il Friuli Venezia Giulia, stavolta, non sembra più immune dagli effetti più gravi del Covid. E da inizio novembre comincia una vera e propria “scalata” dei contagi. Il 22 ottobre sono già 7 mila, e appena 3 giorni dopo, il 25, si arriva a 8 mila. Non si fa in tempo a chiudere il mese che, il giorno 30, si tocca la cifra di 10 mila infetti. A questo punto l’ascesa diventa esponenziale e infatti il 18 novembre siamo già a quota 20 mila. Un altro raddoppio dei contagi, 40 mila, il giorno di santa Lucia, 13 dicembre 2020. E a San Silvestro, 31 dicembre, si raggiungono i 50 mila contagiati, con giornate dove i bollettini della Regione fanno segnare anche 900 nuovi casi. Il bilancio dei morti, intanto, si aggrava con 1.642 vittime a fine 2020.

Terza ondata e variante inglese
Il 2021 si apre con gli strascichi della seconda ondata del Covid, ma se l’aumento dei contagi rallenta un po’, non così il numero dei morti, che raggiunge prima i 2 mila (il 14 gennaio) e poi oltrepassa i 2.500 il 5 febbraio. Anche da noi viene avviata la campagna di vaccinazioni e sembra che finalmente si possa piegare la curva che tanto allarma. Purtroppo non è così, perché da fine febbraio in poi il virus riprende vigore. Se il 7 febbraio le statistiche dicono che abbiamo 70 mila infetti, basta arrivare al 6 marzo per raggiungere gli 80 mila e il 19 marzo i 90 mila. Cresce, purtroppo, di pari passo la triste conta delle vittime che il 13 marzo arriva a 3 mila, come se fosse stato cancellato un paese grande quanto Aquileia. La morsa della pandemia, grazie alle vaccinazioni che cominciano a dare i loro frutti (ci sono oltre 83 mila persone già immunizzate) e alle restrizioni da zona rossa, sembra meno ferrea in questi ultimi giorni in cui si è toccata quota 100 mila contagi. Sperando davvero che sia l’ultimo brutto numero da commentare, prima di uscire dall’incubo. 

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