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AstraZeneca, perché si parla di trombosi? Le donne rischiano di più? Le risposte dell'esperto: "Non spaventiamo la popolazione"

Le risposte alle domande più frequenti di Federico Silvestri, specialista in ematologia, direttore della Divisione di Medicina del Policlinico Città di Udine

UDINE. Trombosi venosa cerebrale. O, meno frequentemente, addominale. Meno di un centinaio di casi registrati in tutta Europa dall’inizio dell’anno, insorti in pazienti che si erano sottoposti all’iniezione del vaccino anti-Covid confezionato da AstraZeneca, ribattezzato Vaxzevria anche per tentare di scuotere l’opinione pubblica che ha messo sotto la lente d’ingrandimento l’antidoto dell’azienda biofarmaceutica anglo-svedese, sebbene i casi di effetto collaterale estremo sarebbero infinitesimali, tre ogni milione di iniezioni.

«Non bisogna spaventare la popolazione, ma d’altro canto è giusto assumere tutte le misure preventive del caso», commenta il dottor Federico Silvestri, specialista in ematologia, direttore della Divisione di Medicina del Policlinico Città di Udine.

Tutti i dubbi su AstraZeneca, perché viene (erroneamente) ritenuto pericoloso: la risposta è nelle piastrine


Quali sono i tipi di trombosi finiti sotto la lente d’ingrandimento?
«Partiamo dal fatto che si tratta di pochissimi casi al mondo, 86 in tutto al 22 marzo in Europa inclusa la Gran Bretagna, su oltre 25 milioni di dosi somministrate. Ci sono state segnalazioni legate a due eventi, entrambi estremamente rari, ovvero la trombosi di una vena cerebrale o di una vena splancnica (addominale) associata a piastrinopenia. Il fatto che di questi casi se ne sia visto un certo numero ha fatto sorgere il sospetto, perché di questo parliamo, che ci possa essere una correlazione tra l’evento e la vaccinazione».

Come si manifestano?
«La trombosi di una vena cerebrale si manifesta con vertigine, cefalea e disturbi visivi; quella addominale con dolori addominali persistenti e gonfiore nella zona addominale».

Perché i sintomi, nei casi sospetti, si sarebbero manifestati a distanza di giorni dall’iniezione?
«La causa è una reazione autoimmune: il vaccino scatena una reazione anticorpale che attacca le piastrine, determinando la coagulazione del sangue e quindi la formazione del trombo, a cui consegue una piastrinopenia da consumo. I sintomi insorgono da 4 a 15 giorni circa dopo l’iniezione perché è necessario che si formino gli anticorpi dopo il vaccino».

Le donne sono più a rischio?
«I dati dicono che oltre il 60 per cento dei casi di trombosi cerebrale o addominale messi in relazione con la somministrazione del vaccino riguardano donne. Vero è che le donne spesso assumono gli estrogeni, che sono un fattore predisponente alle trombosi, e che nei pazienti di sesso femminile si registra una maggior frequenza di malattie autoimmuni rispetto agli uomini».

È d’accordo con la scelta del Css di raccomandare l’uso del vaccino di AstraZeneca per gli utenti sopra i sessant’anni?
«Sostanzialmente sì, ma con un approccio rigoroso: ci troviamo in una fase di studio, per cui è necessaria la massima prudenza; non si può demonizzare tout court la somministrazione del vaccino per un numero di casi infinitesimale rispetto al totale dei milioni di dosi iniettate, quando il vaccino è l’unica arma che abbiamo per cercare di uscire finalmente da questa epidemia. L’ultima cosa da fare è spaventare la gente, ma è altresì corretto che vengano prese tutte le misure del caso. Lo sbarramento dei sessant’anni è dovuto essenzialmente a una ragione statistica, visto che la quasi totalità dei casi di trombosi registrati e messi in relazione con il vaccino AstraZeneca ha riguardato persone più giovani. Ci sono nazioni che hanno seguito la stessa linea, altre che in via precauzionale ne hanno sospeso la somministrazione in attesa di dati più sostanziosi».

È possibile prevenire? C’è chi consiglia l’eparina, chi l’aspirina, chi invita a sottoporsi a un esame del sangue prima dell’immunizzazione.
«Non ci sono linee guida, proprio perché siamo in fase di studio. E il fai-da-te non è mai una buona idea. Non c’è l’indicazione su eparina, che è un anticoagulante, così come non abbiamo evidenze sull’aspirina, che potrebbe comunque non avere effetti sul versante interessato, quello venoso. E non ci sono neppure esami per poter stabilire chi avrà il problema, almeno al momento».

A un paziente predisposto alle trombosi suggerirebbe di farsi iniettare un vaccino diverso?
«Non sta a me dirlo: anche in questo caso non ci sono linee guida se non una indicazione delle autorità sanitarie inglesi che invitano a soppesare il rischio della vaccinazione nelle persone a rischio di trombosi. Io posso dire quello che faccio nella mia pratica clinica, basato sul buonsenso in assenza di linee guida: mi è capitato di recente di consigliare un differente vaccino (a mRna) a una paziente con piastrinopenia autoimmune, che si era presentata da me per un consiglio. E così ho consigliato lo stesso tipo di vaccino a un soggetto con tre fattori congeniti che predispongono alla trombosi. La fortuna di avere un numero considerevole di vaccini a disposizione, fa sperare che in futuro ci possa essere una personalizzazione sull’indicazione del tipo di antidoto da somministrare, a seconda dell’età, del sesso, ma anche delle patologie pregresse».

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