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Il coronavirus, il mondo del lavoro e la crisi dopo quella del 2008: ecco chi ha pagato il prezzo più alto della pandemia

UDINE. Si sbaglierebbe a pensare che i problemi che ora stiamo vivendo nel mercato del lavoro dipendano solo dal blocco delle attività economiche per limitare la diffusione del Covid-19. A voler vedere bene l’evoluzione recente del lavoro in Italia e in regione, si osserva come il Covid-19 abbia accelerato processi già in corso.

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Già dopo la crisi del 2008 si era evidenziato come fossero le fasce più deboli ad aver pagato il prezzo più alto: giovani, donne e immigrati. Un problema che la politica e il dibattito pubblico non hanno saputo/voluto affrontare: eppure, giovani, donne e immigrati sono ancora i soggetti che hanno maggiori chance sia di stimolare un aumento della natalità sia di introdurre elementi di innovazione nel mercato del lavoro. La pandemia non ha aiutato, ma sono anni che queste categorie sono bistrattate nel mercato del lavoro: non è quindi un caso che il 2020 sia stato l’anno con minori nascite dall’Unità d’Italia, 1861.



Ma non è tutto. Si è accennato come dopo il 2008 la diseguaglianza in Italia sia aumentata: «Un aumento dei divari tra i gruppi socio-demografici, in particolare tra giovani e anziani e tra italiani e immigrati» (Andrea Brandolini et al.). La crisi del 2020 pare stia acuendo questi divari. Secondo un recente lavoro di Francesca Carta e Marta De Philippis le forti restrizioni dello scorso anno hanno fatto molti danni sulla popolazione giovanile, meno tutelata in termini contrattuali rispetto agli altri lavoratori. Beati insomma quei giovani che hanno genitori o nonni benestanti; le competenze acquisite invece pare contino poco.

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I risultati più interessanti riguardano come le diverse categorie reddituali hanno affrontato la crisi. Senza grande sorpresa si scopre che la popolazione con i redditi più elevati rischia meno di altri di esser impegnata in settori colpiti dalle chiusure: quasi il 40% della popolazione più povera ha subito l’effetto delle chiusure a fronte di un valore inferiore al 30% per i più benestanti. In base alle specifiche del lavoro citato, quei dieci punti percentuali di differenza sono pari quasi a mezzo milione di occupati.

E per chi chiudeva, c’era lo smart-working (telelavoro): solo 1 su 5 dei meno pagati ha potuto usufruire di questa opportunità; fra i più pagati, ben 1 su 2 ha potuto continuare a lavorare da remoto. Dati che, purtroppo, si commentano da soli.

In Friuli Venezia Giulia, i numeri dell’occupazione nel 2020 evidenziano coerentemente come a livello demografico siano stati i giovani i soggetti che più hanno pagato la crisi economica. Durante il 2020 per ogni occupato fra i 55-64 che perdeva il lavoro ce n’erano più di 4 fra i 15 e i 34 anni che facevano la stessa fine. Considerando il maggior grado di scolarizzazione fra giovani e che l’età media per il primo parto è 32 anni, si dovrebbe comprendere la gravità della situazione: stiamo sprecando risorse effettive (giovani) e potenziali (minori figli).

Così accadeva dopo il 2008, così accade oggi.
Non abbiamo informazioni su lavoro e distribuzione del reddito a livello regionale, ma sappiamo che due sono le categorie che alla fine hanno visto un recupero, seppure non totale, delle posizioni lavorative: le professioni a elevata specializzazione, mediamente meglio retribuite, e quelle non qualificate, peggio retribuite. In pratica, i due poli opposti delle competenze disponibili sul mercato del lavoro. I primi, i più specializzati, non hanno praticamente sentito la crisi; i secondi, i meno specializzati, hanno coperto posizioni relativamente nuove e instabili (si pensi al boom delle consegne a domicilio: quanto durerà?).

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Al di là delle importanti considerazioni demografiche e geografiche – le posizioni più qualificate sono più abbondanti nei luoghi più densamente popolati – , la crisi sta rafforzando tendenze già in atto: tra tutte, quella della polarizzazione delle competenze e dei redditi corrispondenti. Un caso? In realtà un altro studio di Luciana Aimone Gigio et al. ha messo in luce come dal 2011-2017 questa polarizzazione nel lavoro fosse già in atto. E una regione più diseguale è una regione meno solidale, che tende ad accumulare con più difficoltà capitale sociale e umano.
Le scelte di investimento che la Regione sta prendendo rispetto la Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza in che modo affronteranno questi nodi?

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