Lo chef che cucina nell’aeroporto vuoto, il duty free chiuso e bar sbarrati: la storia di Fabio e degli altri lavoratori in attesa di voli e passeggeri

RONCHI. Nei primi due mesi dell’anno la flessione è stata dell’87, 2%. L’aeroporto di Ronchi dei Legionari, così come tutti gli altri scali italiani, ha dovuto fare i conti con l’emorragia di passeggeri, scesi del 97, 1% sulle tratte internazionali. Ma con la situazione determinata dalla pandemia hanno dovuto destreggiarsi anche, e soprattutto, coloro che coi voli vivono: taxisti, autonoleggiatori, addetti a bar e ristorante, operatori del duty free, fornitori e chi lavora nel grande indotto che ruota attorno a uno scalo aereo.

Solo da qualche giorno la situazione, in minima parte, è migliorata. Su Roma si vola due volte al giorno, Trapani è servita due volte alla settimana, sono ripresi i decolli per Napoli e Catania. Da maggio le prossime, attese, ripartenze.

Ma i passeggeri restano pochi. Sono 15 i taxi che servono l’utenza dello scalo aereo regionale. Ma al momento sulle corsie esterne all’aerostazione se ne trovano solo cinque per turno, con due di riserva. «Lavoriamo per garantire, come sempre, il servizio – racconta il coordinatore del consorzio, Luca Guerra – ma i guadagni sono ridotti all’osso. Anche 10-12 euro al giorno. L’attività si è ridotta del 90%, trasportiamo qualcuno nel circondario di Ronchi dei Legionari, qualcuno a Gorizia, pochissimi a Trieste e nessuno a Udine. Oltreconfine, poi, non possiamo andare».
 

Una categoria colpita duramente. Dall’aprile del 2020 allo scorso febbraio i taxisti hanno ricevuto in media un indennizzo di 359 euro al mese. «Troppo poco per tirare avanti. Abbiamo dovuto attingere ai nostri risparmi – dice Guerra – farci aiutare dalle famiglie e far leva sul ristoro regionale. Il tutto continuando a sostenere spese che solo in parte abbiamo potuto differire nel tempo. La perdita è stata almeno di 30 mila euro in un anno, e adesso non possiamo fare altro che sperare nella ripartenza e nella ripresa di voli e passeggeri, la nostra linfa».

Da mesi ormai il duty free è chiuso, così come l’ufficio informazioni e assistenza turistica della Regione. Non si vendono giornali e riviste, gli sportelli degli autonoleggi aprono a singhiozzo. Sono in cassa integrazione a rotazione gli addetti alla ristorazione di Chef Express del gruppo Cremonini: 21 tra donne (la maggioranza) e uomini. Il bar al primo piano dell’aeroporto non funziona, mancano i passeggeri e anche chi prima della pandemia li accompagnava o li attendeva al loro arrivo.

Il bar “Gourmet”, al piano terra oltrepassati i controlli di sicurezza, apre due ore prima della partenza del volo e chiude non appena effettuato il decollo. Ai fornelli del ristorante ecco Fabio. È al lavoro dalle 12 alle 14. 30 e serve i pochi dipendenti in servizio – anche loro sono da tempo in cassa integrazione – e qualche passeggero. Ma, anche qui, il servizio è assicurato. «Non possiamo che aspettare che si torni alla normalità – dice un dipendente – quando qui si lavorava davvero con gioia e le persone erano il nostro pane quotidiano».

Il volto dell’aerostazione davvero non è più quello di un tempo. Vuota, solo con qualche passeggero in attesa al banco accettazione. I parcheggi ospitano qualche decina di veicoli. Il polo intermodale dei trasporti, fiore all’occhiello dello scalo ronchese, si erge come una sorta di cattedrale nel deserto. E anche alla stazione ferroviaria la situazione non cambia. I convogli, va ricordato, viaggiano regolarmente, ma le restrizioni agli spostamenti frenano il numero di passeggeri al quale ci si era abituati. Sul convoglio regionale veloce delle 12. 45 per Venezia Santa Lucia sale una sola persona e ne scendono sette, mentre sul regionale per Tarvisio delle 12. 51 ne scendono sei e ne parte una sola. È lo specchio dei tempi, ormai. Uno specchio appannato sul quale si incaglia l’economia dei trasporti. —

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