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Traviata, film–opera che scalda il cuore al tempo del lockdown

Il regista Mario Martone

Rai3, 9 aprile. In un teatro tragicamente vuoto è di scena Traviata. Mario Martone, regista geniale de Il Giovane favoloso, firma un nuovo film–opera ( nuovamente su Rai 5, mercoledì 21 aprile, da non perdere!) che è una cosa bella, da scaldare il cuore, soprattutto in tempo di teatri e cinema chiusi.

Traviata di Verdi, ovvero la tragedia che incombe fin dentro ai primi sospiri d’amore consumando Violetta, perfetta incarnazione del modello femminile vorremmo scrivere  solo ottocentesco: peccatrice perduta, amante per denaro, redenta infine ma solo dalla morte, possibilmente una morte che la faccia soffrire, e le tolga il respiro.

Il libretto di Piave, la regia e la direzione d’orchestra, ci portano dentro alla storia come non avviene spesso.

Martone  usa il teatro dell’Opera di Roma completamente. La platea si fa palcoscenico e il palcoscenico diventa casa di Violetta in cui si consuma il sacrificio di lei alla luce delle luci di sala, con un sipario che si spalanca non solo sulla sua solitudine ma  sul vuoto nostro, di questo tempo di pandemia infinita, di malattia che toglie l’aria e come la tisi si prende i polmoni.

E quando non è casa o sala da ballo il palcoscenico è  bosco. Il letto dei due amanti non è più rosso carminio ma rosa, come un talamo nuziale,  emendato da qualunque mercimonio.

Le quinte di alberi dipinti che cadono una dopo l’altra per svelare la finzione di una storia d’amore che non sarà mai, sono puro cinema e ipnotico teatro. 

Il bel mondo di uomini che pagano le giovani donne che si vendono è dunque raccontato senza indugi. La scena dei cappotti maschili che volano sul letto di Violetta, la marea nera che la travolge.

E se gli abiti delle giovani donne sono dorati e luccicanti, le calze sono a righe, ostentate, simbolo di una disponibilità sensuale a pagamento.  Lisette Oropesa, statunitense di origine cubana, è l’incarnazione di Violetta.

Voce magnifica, aderisce totalmente al personaggio, è  libera di muoversi, di danzare. La sua Violetta è disperata, carnale, gigante.

L’amante a cui dedica quell’”amami Alfredo”,  che commuove fino alle lacrime chi ascolta, è Saimir Pirgu. Non il solito ingenuo e infantile giovane preso dai bollenti spiriti. Ma uomo appassionato.

Il duetto finale, immaginato da Violetta in un palcoscenico inquadrato dall’alto simile a una spiaggia in cui gli amanti sono naufraghi, è mozzafiato.

Tutti si muovono perfettamente. Michela Lucenti autrice delle coreografie per il corpo di ballo, sceglie di restituire attraverso la danza contemporanea, il milieu sgangherato e lascivo delle zingarelle e delle feste dell’alta società. In quanto al padre di Alfredo, Giorgio Germont, interpretato da Roberto Frontali, motore della tragedia stessa, è indubbiamente il personaggio più sfaccettato, prima duro borghese, sarà poi pietoso padre.

Il dolore redime da qualsiasi peccato: Verdi insegna. Libar i lieti calici ha sempre un prezzo,  differente, tra uomini e donne.

“Questa donna pagata io ho”, è ancora una volta l’affondo armato dell’uomo che sentendosi tradito si sente in dovere di distruggere la donna che dice di amare. Che lei sia meglio di lui è chiaro a tutti.

Ma è lei a morire. In un teatro magnifico, alla luce di un lampadario che è un incantesimo, Martone mette il sigillo a un capolavoro.

I musicisti, rigorosamente con la mascherina si mescolano alle immagini degli artisti mascherati per il Ballo di carnevale negli esterni di una Roma desolata.

Violetta, muore riversa sulla fossa degli orchestrali. Un milione di telespettatori applaude conquistato e commosso. Da casa.

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