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Precipita da una finestra dell’ospedale e muore: il giudice nega il risarcimento al figlio

SAN DANIELE. Nessun risarcimento per la morte del padre, precipitato da una finestra del secondo piano all’ospedale di San Daniele.

Non se i contatti con il figlio si erano interrotti da anni. Non se il legame affettivo si era spezzato. A deciderlo è stato il giudice del tribunale di Udine Marta Diamante.

Il decesso risaliva al primo gennaio del 2015 ed era frutto di un’azione di autolesionismo.

La vittima, un 66enne di San Daniele, era stato ricoverato nel reparto di Medicina il 29 dicembre in seguito a un episodio di delirium.

«Malgrado fosse confuso e disorientato nessuna terapia antipsicotica gli era stata prescritta», aveva sostenuto il figlio che, assistito dal suo avvocato Marco Boero del foro di Milano, aveva promosso un’azione civile nei confronti dell’ex Ass3, ora AsuFc, deciso a ottenere un risarcimento.

Il ricorrente voleva imputare l’evento suicidiario alla condotta omissiva e colposa dei sanitari che avevano avuto in cura il padre.

In altre parole, nulla era stato fatto per contrastare il progetto di autolesionismo che l’uomo aveva messo in atto, per questo il figlio chiedeva il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per la perdita del congiunto.

L’Azienda sanitaria, difesa dall’avvocato Laura D’Orlando, ha sempre contestato l’accusa mossa ai sanitari: «Il gesto suicidiario era del tutto imprevedibile – evidenzia D’Orlando – si è eccepita la carenza di elementi idonei a dimostrare con elevata probabilità che vi fosse stata omissione, sia per quanto riguarda la diagnosi, sia per la prevenzione del rischio di autolesione.

L’Azienda – aggiunge – ha fermamente contestato anche il fondamento della pretesa risarcitoria, posto che non esiste un minimo garantito da liquidarsi in ogni caso, dato che il figlio era da anni assente dalla vita del padre».

Una tesi difensiva che il Tribunale di Udine ha accolto, stabilendo che il danno parentale può essere riconosciuto in capo ai soggetti che possono far valere un vincolo giuridicamente rilevante con la vittima, ma che erano legati anche da vincoli affettivi reali, intensi e tangibili.

L’uomo, si è appreso infatti, viveva solo dagli Settanta e non aveva più avuto rapporti con il figlio.

«Chi ha visto infrangere dal fatto illecito un vincolo giuridicamente rilevante – osserva il legale dell’Azienda sanitaria – non può solo ambire al ristoro del danno, ma deve provare l’esistenza dell’affetto perduto». Un’eccezione che il tribunale ha accolto.

«Malgrado la condotta antigiuridica, dunque, – ammette l’avvocato Boero – il giudice ha deciso che non ci sono gli estremi per riconoscere al figlio un risarcimento perché il legame con il padre, che si era isolato da tutto e da tutti, non era più stretto».

Un risarcimento che, stando alle tabelle in uso al tribunale di Milano, doveva partire da un minimo di 166 mila euro. —

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