«Provate a prendermi» Sfida i carabinieri: in cella

Per 270 giorni i detective hanno seguito le sue tracce nella rete da remoto La cattura in Cambogia, dove si era illuso di essersi sottratto alla giustizia



«Sono in Cambogia e non intendo tornare in Italia, se siete capaci, venite voi a prendermi!». Detto, fatto. Così Christian Casagrande, 45 anni, sacilese, latitante dal 2017, ha sfidato circa un anno fa i carabinieri. Mal gliene incolse: è stato arrestato proprio grazie ai detective dell’Arma il 13 aprile e in Italia è atteso per scontare più di 14 anni di carcere. Si illudeva di potersi sottrarre alla giustizia pordenonese, visto che la Cambogia non ha stipulato con l’Italia accordi per l’estradizione. Aveva fatto male i suoi conti. È stata infatti avviata l’espulsione dal paese asiatico per un documento scaduto.


Ieri al comando provinciale dell’Arma di Pordenone i tenenti colonnello Vincenzo Nicoletti, comandante del Reparto operativo e Pier Luigi Grosseto, alla guida del nucleo investigativo provinciale, hanno svelato i retroscena della cattura del latitante internazionale. All’operazione Khmer, supervisionata dal procuratore Raffaele Tito, hanno lavorato il nucleo investigativo provinciale in un ruolo di coordinamento, la sua unità catturandi, specializzata nel dare la caccia ai latitanti anche scandagliando le tracce telematiche e l’aliquota operativa di Sacile nella prima fase («ha collaborato in modo sostanziale agli accertamenti», ha precisato Grosseto).

Il procuratore ha condiviso la strategia investigativa, analizzato e autorizzato di volta in volta le richieste dei militari, consentendo loro di mettere in atto una efficace rete di controlli da remoto, sfruttando le tecnologie più sofisticate: accertamenti sulle banche online dai Paesi Bassi al Regno unito, intercettazioni per risalire ai cellulari in uso, web e social network al setaccio. I militari dell’Arma si sono avvalsi della collaborazione di ambasciate, consolati e dell’ufficiale di collegamento dell’Interpol, «i nostri occhi sul campo».

Dopo che i carabinieri hanno contattato familiari e conoscenti di Casagrande in riva al Livenza, spiegando di dovergli notificare nuovi atti giudiziari, è arrivata la telefonata dalla Cambogia alla Compagnia di Sacile con una utenza non rintracciabile. Il ricercato ha spiegato di essere al corrente dell’ordine di carcerazione emesso nel 2017 dalla procura di Pordenone per un cumulo pene di 13 anni, 10 mesi e 4 giorni di reclusione più altri 4 mesi di arresto, ma di non avere intenzione di costituirsi.

Casagrande ignorava però che gli investigatori dell’Arma fossero già sulle sue tracce. Lo avevano già localizzato attraverso i versamenti su una postepay e conti correnti esteri intestati a prestanome nella sua disponibilità. Prima ancora i carabinieri avevano seguito la sua scia, «come le briciole di Pollicino» per mezza Europa: Regno Unito, Romania, le peregrinazioni lungo la via della seta fino in Thailandia e infine la sua meta, la Cambogia.

Per 270 giorni da remoto i detective dell’Arma hanno monitorato gli spostamenti di Casagrande, passando le notti in bianco vista la differenza di fuso orario di 7 ore: sapevano dove mangiava, persino quali specialità, chi frequentava (soprattutto italiani, molti dei quali si sono subito messi a disposizione dell’Arma, fornendo utili indicazioni sui luoghi frequentati dal ricercato), in quali sportelli prelevava i soldi. Non lavorava e aveva stretto amicizia con Antonello Marras, suo coetaneo sardo, anch’egli ricercato. A poco a poco i carabinieri hanno circoscritto l’obiettivo: prima la capitale Phnom Penh, poi il quartiere, il rione, infine lo hanno localizzato da remoto il 13 aprile alle 17.45 in casa ed è scattata l’irruzione della polizia cambogiana, allertata tramite l’Interpol dall’Arma.—



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