Sarà riaperta l’inchiesta sulla strage di Natale a Udine dopo 23 anni: nuovi testimoni e la pista degli interessi economici

UDINE. Strage dell’Antivigilia di Natale del 1998: dopo oltre ventitré anni spuntano nuove clamorose testimonianze. Racconti che aprono scenari e piste investigative del tutto diversi da quelli battuti finora. Racconti che, soprattutto, riaccendono la speranza di poter finalmente fare luce sull’attentato nel quale il 23 dicembre di quell’anno morirono, a seguito dello scoppio di un ordigno, tre poliziotti friulani, tre agenti della Squadra volante udinese: Giuseppe Guido Zanier, 34 anni, Adriano Ruttar, 41 e Paolo Cragnolino, 31.
 

Da sinistra: Paolo Cragnolino, Giuseppe Guido Zanier e Adriano Ruttar

LA PISTA DEGLI INTERESSI ECONOMICI

Di cosa parlano queste recenti rivelazioni? Nessuno lo spiega ufficialmente. Conferme istituzionali non ne arrivano: la Procura della Repubblica di Udine, per il momento, vuole mantenere il massimo riserbo sull’argomento. Ma fonti molto vicine agli inquirenti fanno riferimento a interessi economici. Questi ultimi sarebbero la nuova chiave di lettura.

A quanto pare, infatti, l’obiettivo della bomba sarebbe stato il negozio di telefonia “Centro autoradio” di Paolo Albertini, punto vendita che all’epoca rappresentava un riferimento per tutti gli appassionati di tecnologie del suono e della comunicazione. Ed è proprio attorno a questo aspetto che ruotano le nuove testimonianze.

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IL NEGOZIO DI VIALE UNGHERIA

Stando agli elementi che stanno emergendo in queste settimane, sembra che sul quel negozio di telefonini all’angolo tra piazzale D’Annunzio e viale Ungheria convergessero allora tutta una serie di interessi economici sia di imprenditori locali sia di personaggi legati alla criminalità e coinvolti in traffici d’armi, gli stessi traffici dai quali sarebbe derivata la bomba a mano tipo ananas che era stata appesa sulla serranda, davanti alla porta d’ingresso del “Centro autoradio”. Insomma, l’obiettivo degli attentatori, secondo il filone investigativo spalancato da queste importanti testimonianze, non era certo la morte dei poliziotti che, invece, non sarebbe stata altro che la tragica conseguenza di un errore di valutazione commesso dagli stessi attentatori in merito ai tempi necessari a far scoppiare l’ordigno.
 

DECENNI DI DEPISTAGGI E OMERTA’

A muovere la mano di chi ha appeso la bomba a quella serranda, quindi, sarebbero stati interessi economici che, per decenni, sono riusciti a prevalere sull’esigenza di verità e giustizia e hanno finito per determinare una situazione di omertà, nonché una serie di depistaggi.

Ora, come detto, ci potrebbe essere una svolta tale da portare alla risoluzione del caso. Sullo sfondo rimane la domanda, per ora senza risposta, su chi o che cosa possa aver indotto questi testimoni ad uscire solo allo scoperto proprio ora, solo ora. Forse è venuta meno la minaccia che incombeva su tutte le persone coinvolte costringendole, direttamente o indirettamente, al silenzio? Che ruoli ebbero all’epoca gli odierni testimoni? E fino a che punto sapranno aiutare gli investigatori – sul caso la Procura non ha mai smesso di indagare coordinando tutte le attività della Squadra mobile – a ricostruire questo intricatissimo puzzle che è rimasto in pezzi anche al termine di più processi?

Quel che è certo, comunque, è che nelle mezze frasi che trapelano dagli ambienti vicini alla Procura si percepisce, stavolta, una punta di ottimismo e che le attuali indagini avranno il compito di individuare non solo i responsabili della morte dei tre poliziotti, ma anche eventuali ulteriori responsabilità in capo a persone coinvolte in qualsiasi modo in questa drammatica vicenda che rappresenta una delle pagine più buie e tristi per la nostra città e per l’intero Friuli.